A letterhead is the heading at the top of a sheet of letter paper (stationery). That heading usually consists of a name and an address, and a logo or corporate design, and sometimes a background pattern. The ter (1)

Ricordarmi di me. Abbozzo.

Questo è il tempo di una certa stagione, non più mezza, non ancora intera: non ben chiarita nella sua essenza. Mi sporgo, appena fuori sul balcone e mi sembra di non capire nulla di quale sia la situazione, non ci sono suggerimenti, a ben poco servono gli accorgimenti, su come ripararmi, in esterno. Perciò nessuna certezza, compostezza dello svolgersi, pulizia di un processo. E’ sole, pioggia, tuono, baleno, freddo, caldo, umidità tutto insieme, in un arco piuttosto impercettibile.

Dentro, lì dentro poi è così, lo stesso: caos primordiale prima della creazione perfetta. E mi faccio forza perchè penso a chissà cosa ne verrà fuori e dunque sono anch’io un microcosmo di meraviglia, riflesso del macrocosmo, proprio qui con le mie insondabili domande ferree, macigni ossei, grumo enorme di interrogazioni latenti.

Non è il tempo delle mele, posto che il tempo delle mele fosse un’epoca di bellezza semplice, ingenuità non dolente, un piano inclinato in cui tutto scende facile, liscio come l’olio. Dove butti pensieri contorti e ti si sfanno quando ancora stanno a mezz’aria e sfiorato il piano già ogni molecola è predisposta ad una risoluzione, una discesa che è pure ascensione.

Questo è piuttosto il tempo dove non ci sono piani, nè inclinati, nè storti e nemmeno ben riusciti, al primo colpo, che un attimo dopo sono già guizzo ricomposto in azione. No. Qui è pesante, plumbea attesa di non so cosa ma è ricca l’attesa, è senso l’attesa.

E poi, c’è di più: da non credersi ma tutta questa dimensione, si traduce, si ripete, si prolunga e replica in un processo quotidiano, macchinoso, qualche volta irriverente ma pur sempre quotidiano. Così che tutto ciò diventa il tempo in cui le unghie mi si rompono ad ogni sospiro, gli oggetti in casa trasudano una loro malignità, come una piccola organizzazione a delinquere alle mie spalle. E il sifone del lavandino gocciola da una serie di giorni che assomigliano all’eternità, le cose insignificanti si rompono, come a rivendicare una loro precisa presenza casalinga.

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E quello che non si rompe mi sfugge inderogabilmente dalle mani, mi cade ovunque, mi circonda alla maniera di una piccola nuova fortezza. Poi scivolo sul tappeto che si è fatto misteriosamente vischioso sotto i miei piedi, non cado quasi mai ma resto in quel bilico indefinibile tra lo schianto e la disinvoltura che mi riporta ad innumerevoli altri inconsulti atteggiamenti fisici a seguire.

C’è come una impercettibile ma resistente ostilità che aleggia nel mio spazio vitale casalingo, tanti minuti gremlins di energie da raddrizzare che sghignazzano ostili alle mie spalle.

I quadri poi sono inspiegabilmente storti, di quello storto non normale, consueto, come ti capita nella sala d’aspetto del dentista o nel corridoio di casa di un tuo amico dove sempre ti pare che un quadro sia da ritoccare in equilibrio e allora ti avvicini e con il dito provvedi in una furtiva operazione, secca e precisa.

No, qui i quadri sembrano piuttosto affetti da una cronica stortura al che io reclino di un po’ il capo per stare in assetto guardandoli e mi viene da dubitare che sia il muro intero ad essere storto, l’edificio tutto in cui ho vissuto, credevo, piuttosto salda fino ad ora. Addirittura il quartiere, forse la città e oltre.

E allora passo a ricercare conforto nelle fotografie ma non quelle già appese bensì alle nuove, le prossime a cui toccherà la sorte, come conseguenza dell’ultima pulizia di primavera, o altra stagione a piacimento. Come la recente ripulita disperata ma minuziosa agli anfratti della casa: quell’unico armadio dove ripongo la roba da vestire, la nicchia in camera da letto e quell’altra in cucina, il baule nel corridoio, lo sgabuzzino sopra il bagno.

E io che pure mi fregio di essere essenziale, non accumulo strati di oggetti, sono insofferente allo shopping, patisco il consumo come una febbre, percepisco questo mio spazio casalingo come sempre un po’ troppo pieno, una micro tacca sopra l’asticella del tollerabile. E allora ripulisco, elimino, rinegozio gli angoli, rivedo le collocazioni, getto e rigetto, salvando naturalmente con una mia religiosità le lettere, le cartoline, gli auguri, gli abbozzi sul frigo, il memorandum di quella sera, gli indizi di ispirazione, enormi testamenti di una creatività indefinibile ma risoluta, carnale.

Le foto fuoriuscite da questo ennesimo processo di sistemazione sono come i cocci di un’esplosione incontrollata, sono il frantumato che finisce sul muro, sono la parte di me salvata da questa valanga di passato e presente fusi insieme, insidiosi e simpatici come un calcio negli stinchi. Ne prendo una in mano, che è un seppia autentico, senza filtri e fronzoli, mi sovviene allora quanto instagram sia molto più giovane di me. Ecco che la scritta dietro reca come data agosto 1980. Avevo dunque sei mesi, ero con la mia famiglia in gita al fiume, siamo belli da far schiantare il cuore, sembriamo abitanti di una dimensione non ancora scoperta, pronti, compatti per il futuro che sarebbe venuto. Soprattutto inconsapevoli. E saranno gli anni seguenti, di molto seguenti, a rappresentarmi il valore immenso di una simile inconsapevolezza.

Altro chiodo, altra corsa. Un altro quadretto appeso, un altro puntello di me, un ricordo – per fortuna – insanabile, una storta perfezione a rammentarmi la via.

In questa mia cara dimora che amo come si ama una tettoia apparsa all’improvviso durante la grandine, c’è persino un sontuoso esterno, adorabile snello e lungo balcone che ogni tanto mi fa da filtro all’urto urbano composto di urla, litigi, rumori, pianti, ristrutturazioni, rotture ma più spesso semplicemente restando se stesso è come l’appendice dell’altro mondo, come una piccola succursale di salvezza.

E qui ci ho organizzato anche una porzione di orto-balcone, che di sole ne arriva tanto qui, malgrado la quattro-stagionalità radunata in un unico mese e soprattutto in questo modo nella mia casa coabitano altre piccole creature che respirano, crescono, palpitano e faticano anch’esse, affondate nel loro terreno, da cui traggono a contempo ogni linfa vitale.

Oggi è così e non so come sarà dopo, mi piace pensare che sarà sempre meglio, prima o poi veramente meglio, finalmente altro, una dimensione nuova, ricostruita, sconosciuta. Ed è essa soprattutto la fase che più delle precedenti, più di tutte assomiglia alla resa e non so, forse per questo mi dimentico spesso le cose, mi sfuggono dalla memoria: a volte le afferro per la coda mentre ancora le sto pensando, altre non rimangono, ho solo il sentore di averle pensate.

Allora si moltiplicano gli appunti in casa, le scritte, le mezze frasi, i versi corsari. Sto scrivendo, tanta poesia soprattutto ed è come uno zampillare di vita, continua, gracile ma implacabile: qualcosa non mi piace mentre qualcosa salvo, conservo e rimaneggio.

E’ così oggi e non so come sarà dopo ma so per certo che sarà fondamentale che io mi ricordi di me, di cosa ha significato ogni passo, di essere passata di qui. Di esserci stata con stanchezza e coraggio. Forte come queste mie piantine nel vaso.

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Imperfetti noi

Il Festival di Cannes di quest’anno, con alcuni dei suoi titoli in particolare, si è annunciato robusto, interessante, ricco anche per quelli come me: cinefili autodidatti e dell’ultima ora, molto più curiosi che esperti in materia.

Ancor prima della sfilata sulla Croisette c’è però stata una tornata di film italiani a quanto pare di tutto rispetto, mettendo insieme giudizi di critici, di appassionati e voci di corridoio, oltre ad una manciata di prestigiosi riconoscimenti. Noi italiani sembriamo i primi a stupirci di ciò, non abituati ad avere particolare successo in questo campo, complice la sciatteria di un certo cinema unicamente rivolto agli esiti del botteghino, come a trasformare le pellicole in enormi drammoni che però non rispettano il senso vero del dramma.

Oggi, proprio nella veste di inesperta e curiosa, dirò di uno di questi, avendolo visto circa un mese fa ed avendomi a suo modo sconvolto.

Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese. E già qui ci siamo: il titolo mi colpisce, si sa, la prima impressione conta. E seduta in sala mi soddisfo nel vedere che si va ben oltre il puro e semplice marketing. Come a dire: oltre al titolo c’è di più. La storia è semplice, quasi banale, almeno fino a che non diventa cruciale. Si sviluppa quasi del tutto in un unico ambiente, il soggiorno in cui ha luogo una cena tra amici, a dimostrazione del fatto che non è sempre indispensabile portare in scena vicende estreme, roboanti, truculente o ad un passo dalla più totale inverosimiglianza, per emozionare e schiaffeggiare.

Gli attori sono assai bravi, nelle loro italiche fattezze e modalità che a mio avviso non scadono mai in stereotipate macchiette. E sono anche belli certo, ma soprattutto e prima ancora rappresentano personaggi affascinanti, di quel fascino modellato da una certa insicurezza, quella stanchezza nello sguardo, la profondità delle occhiaie, un’ironia mista di amarezza e gioia, indispensabile alla sopravvivenza nell’urto contro dinamiche umane trite e ritrite.

Brad Pitt e Angelina Jolie sono due fighi smisurati e due grandi attori, non si discute, ma oso dire che non so se sarebbero stati tanto credibili, così altrettanto affascinanti seduti allo stesso tavolo dei nostri. Come a dire: oltre alla gnoccaggine c’è di più.

Ma andiamo al sodo della vicenda: questo gruppo di tre coppie sposate più un single, alcuni dei quali amici di vecchissima data, decidono di fare un gioco che nessuno di noi al di qua dello schermo si presterebbe a fare e proseguire dopo i primi dieci minuti. Protagonisti sono gli amati-odiati smartphone e iphone messi per così dire “in chiaro” da ognuno al centro del tavolo.

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Ed ecco che prima che qualcuno se ne renda davvero conto il tenore cambia, la commedia vira lentamente ma inesorabilmente in tragedia: il gioco diventa un gioco al massacro, lo scherzo passa a vivere di vita propria ed il bandolo della matassa iniziale finisce per perdersi nell’uragano, al termine del quale sarà diventato un miracolo il semplice fatto di non annegare.

Le problematiche intorno a cui viene sviluppata questa commedia umana sono facilmente immaginabili, perchè sono quelle di sempre: il tradimento, la sincerità, la solitudine, la famiglia, l’amicizia, l’omosessualità.

Nessuno ne esce pulito o per lo meno salvo, nessuno può dirsi al sicuro nelle relazioni rappresentate, se per sicuro si intende autenticamente consapevole di chi ha al fianco o di fronte, così come di quale personalità lui-lei stessa metta in campo ogni volta nella creazione della medesima. L’unica certezza rimane, ribaltata, quella svelata alla fine del film da uno dei protagonisti: siamo frangibili. Eh già, quale altra bella, sana, banalità. Un po’ tardi ormai.

Perchè noi non siamo solo frangibili ma prima e di più siamo ipocriti, comodi, superficiali, egoisti, egocentrici, crudeli. Drammaticamente imperfetti, noi perfetti sconosciuti. E il film ha questo immenso pregio, secondo me, di sbattercelo in faccia, silenziosamente ma duramente, instillandocelo poco a poco, bugia a bugia, deriva dopo deriva. Anche con una certa ironia diffusa, un indizio di gentilezza, servendosi di alcune trovate originali, tra cui per me risulta memorabile la frase che ad un certo punto una delle protagoniste sibila, sguardo perso a mezz’aria, più tra sè e sè che rivolta ai suoi commensali: dobbiamo imparare a lasciarci.

Perchè si sa l’amore vince sempre, l’amore è più forte, l’amore è bello e merita la nostra lotta, quasi tutte le nostre lacrime e le notti di cui disponiamo: ce lo siamo ripetuti allo sfinimento e ce lo siamo sentiti ripetere a destra e manca e in ogni sala del cinema in cui siamo entrati. Eppure la lezione non l’abbiamo imparata, affatto. Allora forse è più impellente un piccolo passo indietro, mandare giù e digerire un’altra dozzinale verità. Come a dire: prima impara a stare in piedi, poi sarai in grado di correre.

Così, in tutto questo trambusto e stordimento, in un equilibrio esploso, all’uscita dalla sala la prima domanda che ti viene spontanea da fare non è la solita manifesta “Ti è piaciuto?” al tuo compagno di gesta cinematografiche ma un’altra, un tantino più tra te e te: “E io… sarei sopravvissuta ad una prova simile? Quali delle mie relazioni sarebbero rimaste in piedi o per lo meno tali a quelle che erano o credevo fossero in seguito ad un analogo esperimento?”

La risposta per fortuna nessuno la sa, o forse se la dà. Sta di fatto che il film è bello, bello sul serio: riesce ad emozionare e a far immedesimare lo spettatore che ad un tratto si troverà in quel bilico assai al limite sulla linea di confine tra l’al di là o l’al di qua dello schermo. E non è affatto scontato riuscire in questa operazione nel modo in cui il regista ci riesce, non scadendo in americanate dell’ultimo minuto o buonismi di sorta. Certo la situazione verso la fine è forse un po’ estremizzata ma sempre in linea con la deriva presa.

In questo modo Perfetti sconosciuti risulta lacerante senza diventare trash, finalmente onesto senza volgarità o facili esagerazioni. Non so se l’intento del regista fosse propriamente quello di rappresentare uno spaccato della comunità umana e sociale di cui tutti più o meno facciamo parte, insieme alla sua scatola nera, collocata nei cellulari e riassunta nella tendenza alla virtualità delle relazioni, insieme al pericolo che essa stessa rappresenta.

Non lo so e in fondo non importa. Mi piace molto di più pensare al lieto fine, se non del film in sala, al film come opera d’arte e costruzione e ai riconoscimenti importanti che ha ottenuto, tra cui due David di Donatello, perchè mi lascia la sensazione piacevole che ti lasciano gli stessi a tematica ambientale, o sociale, o civile in senso più ampio e trasversale, quando vincono un premio.

Le relazioni umane autentiche, quelle di coppia in particolare ma anche tutte le altre, sono qualcosa di raro, da proteggere e riconoscere, da salvaguardare, di cui esultare anche, e una pellicola che le individui per come sono, le fotografi, le coccoli in fondo in tutta la loro distruttività e fragilità, beh, senz’altro merita di essere premiata. Oltre che  – ça va sans dire – vista e rivista.

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Questo piccolo grande amore

La nostra è stata una relazione avventurosa, per certi brevi attimi persino pericolosa, certo molto fisica. Fatta di poche essenziali parole, le mie in veritá. La convivenza nella ruvida realtà urbana oggi non è poca cosa, ci sono sempre spigoli che non avevi considerato, incroci più difficoltosi dei precedenti, affollamenti al fondo della via.

E sempre un’ombra di incomprensione con le persone intorno. E cambiare strada mille volte, per semplificarci il percorso, anche se allungato, pur di non urtare la stizza di chi individuandoci da lontano, non sopportava la nostra presenza. E con l’andare del tempo e dell’appropriarsi del tuo spazio, capisci che purtroppo il grado di civiltà di una città ed i suoi abitanti puoi misurarlo all’istante, anche così, anche ogni giorno e più volte al giorno, soppesando le reazioni negli occhi e nei piccoli ma continui sbuffi delle persone incontrate, gli sguardi rivolti insù, quello scostarsi greve ed infastidito.

Quando non quelle grida, raramente un insulto persino. Una sorta di ostilità diffusa e trasversale. Sicuramente noi due, insieme e nel nostro avventurarci quotidiano, non saremo state sempre perfette, inappuntabili, educate, discrete. Ma quanto è stato possibile su percorsi così tanto stretti ed accidentati, così poco rispettosi a loro volta di noi e delle nostre esigenze? Certo la responsabilità di questa condizione è stata mia, per via delle mie decisioni momentanee, come di una precisa volontà di vivere la vita, di stare entro i confini di un’etica imprescindibile. E allora via a sorridere e fregarcene, vivendo il bello della giornata, della nostra fitta quanto improvvisata marcia quotidiana.

Esiste qualcuno in questa città e un po’ ovunque per cui un tipo di relazione simile ha significato anche difficoltà maggiori, conseguenze più impegnative, un esito talvolta più tragico.

Per noi tutto il poco che potevamo rispetto ad una simile mancanza di considerazione era tuttavia tanto e importante: era cioè stringerci più forte, avvicinarci quanto possibile quando la pioggia improvvisa ci coglieva sulla strada, o la neve, aumentando il ritmo per affrettarci verso casa. O quel caldo torrido. E il nostro rallentamento. Sono sicura che per te non sia stato sempre facile sottostare ai miei ritmi come per me adeguarmi ai tuoi acciacchi.

Con te mi sono spinta a vedere posti che forse da sola non avrei visto, sapendo di non dovermi spiegare perché la meta insieme l’avremmo individuata prima o dopo, in ritardo e a volte in anticipo ma sempre giusta, sempre una, quella scelta prima di partire, più tutte le altre, decise sul momento. Aggiunte.

Insieme siamo partite a qualunque ora del giorno e della notte, tornate a qualunque ora.

Mi mancherai e so che io mancherò te anche se non hai potuto dirmelo. Ci rivedremo, ne sono certa, la città non è poi così grande e prima o poi si finisce per ritrovarsi tutti. Ci saranno altre mani a stringerti allora, a darti impulso o frenarti, avrai vicino un corpo diverso e così sarà per me che sarò con un’altra, più bella e giovane ma che non avrà il tuo carattere, la tua forza e quella ruvida prestanza che tanto mi piaceva.

La nostra relazione è stata lunga, considerando i tempi che ci troviamo a vivere e le tante e continue insidie del quotidiano. Ed è stata soprattutto importante, intensa e, nella sua semplicità, mai scontata. Nel pensare a te e a noi due sono certa di non poter parlare di rimpianti quanto invece della pienezza del tempo trascorso insieme. Ne sono felice e soprattutto fiera per il fatto che il nostro rapporto si sia basato sulla fedeltà e che a decretarne la fine non sia stato un tradimento ma piuttosto un onesto logorarsi sul campo.

Ciao cara bicicletta. Ciao e grazie di tutto. Ti auguro che la strada ti sia lieve e di fare tanti altri splendidi viaggi.

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Un’immagine che ritrae la mia bicicletta due estati fa reduce dal restyling a suon di bomboletta spray con cui l’ho tramutata da grigio topo a                                                   verde, facendole meritare da allora il nome di verdina. La sella è stata cambiata l’estate successiva.

 

Adotta1Blogger perchè…

Le cose più importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci si vergogna, poichè le parole le immiseriscono – le parole rimpiccioliscono cose che finchè erano nella vostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori. Ma è più che questo vero? Le cose più importanti giacciono troppo vicine al punto dov’è sepolto il vostro cuore segreto, come segnali lasciati per ritrovare un tesoro che i vostri nemici sarebbero felicissimi di portare via. E potreste fare rivelazioni che vi costano per poi scoprire che la gente vi guarda strano, senza capire affatto quello che avete detto, senza capire perchè vi sembrava tanto importante da piangere quasi mentre lo dicevate. Questa è la cosa peggiore, secondo me. Quando il segreto rimane chiuso dentro non per mancanza di uno che lo racconti ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare.

Per il mio contributo alla giornata di “Adotta1blogger”, la community di cui faccio parte, ho attinto all’introduzione di Loredana Lipperini al libro di Stephen King, On writing – Autobiografia di un mestiere che sto leggendo in questi giorni e che per inciso vi consiglio vivamente, soprattutto se amate scrivere o ne conservate nascosta da qualche parte la sacra fiamma.

Dunque potrei elencare ben più di un motivo per cui mi trovo nel gruppo: altri lo avranno fatto meglio e prima di me e poi non voglio privarmi del piacere di riscoprirli uno ad uno andando a leggerli nei loro post.

Di tutti io ho deciso oggi di salvarne uno, il più forte e significativo soprattutto in questo momento della mia vita: il senso che il blogging ha dato al mio scrivere, quasi uno statuto, un attestato di importanza. E prima di questo, a tutto ciò che ne sta a monte: i pensieri che prendono forma ogni volta e più in alto ancora il vivere concreto e reale, difficile e pieno, da sminuzzare, rendere gestibile e digeribile in un qualche formato attraverso il processo della creazione.

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Questo processo ha potuto per me iniziare a manifestarsi e verificarsi solo grazie all’essere parte di un gruppo, di persone di cui ho letto storie incredibili, avvincenti, commuoventi, estreme, riflessive, divertenti, poetiche, sguaiate, profonde, dure. A volte alcune di queste caratteristiche mescolate insieme. Persone che si sono aperte, ciascuna a modo suo, con una potenza unica e preziosa, che in maniera implicita hanno permesso a me di farlo, ricordandomi anzi l’essenzialità e l’onestà di questo atto.

Tra scrittore e lettore vige sempre una sorta di codice che è silenzioso e diretto, magari rustico e un po’ raffazzonato ma che si regge prima di tutto sulla sincerità di chi scrive e comunica da un lato, sulla sua capacità di raccontare qualcosa di sè, insieme a quella di coglierla e farla propria dall’altro. Altrimenti cosa ci si sta a fare qui? Io più volte me lo sono chiesto, trovando sempre risposte in altri blogger e nella loro schiettezza.

Da un certo punto di vista, per lo meno iniziale, avere un blog è più immediato che scrivere un libro, come forse più semplice ma solo considerando l’impianto organizzativo e di risorse che quest’ultimo richiede. Umanamente invece credo sia più coraggioso, proprio perchè dietro non esiste tutta l’architettura, il (mancato) sostegno, la forza che un libro porta con sè e che dunque giustificherebbe una eventuale storia poderosa, importante, da ricordare. E ciò nemmeno sempre si verifica, anzi.

Dietro al gruppo di #adotta1blogger c’è invece e prima di ogni altro elemento la quotidianeità, la vita per come si presenta ogni giorno: qui è pieno di persone che si alzano la mattina e scrivono qualcosa di sè, o in pausa pranzo, o la sera, o la notte (si sa che la notte è cara ai blogger) riempiendo le storie di spontaneità e sofferenza, piccole grandi gioie, simultaneità, sorprese.

Si respira vera umanità, autentica perchè appena sfornata, fragrante come il pane fatto in casa. Non solo: questa umanità viene anche condivisa, attraverso il semplice quanto rivoluzionario strumento dell’adozione, poichè stando in rete è un attimo inciampare in narcisismi assai ingombranti.

Dunque ogni volta che un blogger abbia individuato un post interessante o utile di un collega sceglie di metterlo in comune, in mezzo, come fosse al centrotavola di una cena molto affollata in modo che ciascuno possa attingerne, rifocillando spirito e cervello con informazioni che a volte sono di taglio più prettamente tecnico e dunque immediatamente utilizzabili per sè, altre sono appunto storie, narrazioni, rivelazioni che donano riflessione, emozione, sorrisi, occhi lucidi.

Per me significa molto, significa apertura, collaborazione, magnanimità. Significa sentirmi meno sola mentre alleggerisco di post in post la pesantezza del mio imbarazzo, riduco in parti sempre più piccole la vergogna di una certa vicenda o di un’intemperanza. Significa al fondo di tutto, cercare e trovare quell’orecchio in grado di ascoltarti senza giudizio alcuno, perchè di una persona che è passata prima di te per quella strada della manifestazione, o ci sta passando insieme a te, nello stesso momento. Ed è un processo che non si placa realizzandolo, ma si modella, è plastico, è in divenire.

Perciò un doveroso grazie a Paola Chiesa, ideatrice della community #adotta1blogger e alle persone che ne fanno parte, dispensatori di emozioni e ascoltatori discreti. E poichè siamo anche e soprattutto individui in carne ed ossa vi mando un augurio di ritrovarci numerosi al prossimo incontro! Buon #Adotta1Bloggerday!

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Poichè citato nel post se interessati trovate qui il link per acquistare il libro:

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