14812849_605096289676809_978494762_o

 

 

 

 

Per farla breve

Nell’ultimo periodo in più di un’occasione ho cercato di trovare delle motivazioni discretamente valide per spiegare l’interruzione di post sul mio blog, ho stilato anche un paio di liste, ho ripescato i messaggini di quella manciata di persone che mi chiedevano quando avrei ripreso a scrivere e ho immaginato una risposta che racchiudesse un antefatto meritevole.

Ai lettori di natura indefinita che hanno fatto crescere le visite in alcuni giorni di questo periodo di stasi, persino più di altri in corrispondenza della pubblicazione di un post, poi ho tributato un pensiero particolare: che ricca e bella la componente sommersa della rete, quella che esiste e resiste, con il proprio silenzioso riserbo rimane lì non smettendo di incuriosirsi, nonostante tutto, nonostante sia ormai ampiamente appurata la difficoltà di sopravvivere alla prepotenza del web, con le sue tonnellate di materiale proveniente da ogni parte.

Ciò che mi è capitato è in realtà molto semplice: ogni blogger che tratti con minima serietà la propria attività sa che tra le prime doti dello stesso devono esserci la sincerità, la trasparenza, la capacità di spogliarsi con autenticità di fronte ai propri lettori, qualunque sia lo stile o persino l’argomento trattato. Ebbene perciò ho preferito lasciare la scrittura in sordina per un certo periodo, che all’epoca della decisione ancora non sapevo se sarebbe coinciso con due settimane o cinque anni.

In cuor mio non ho mai pensato veramente di mollare, semmai di aggiornare e rinvigorire un po’ questa piccola parte del mio mondo. Però ho sentito anche forte la necessità di vedermi, vederlo dal di fuori, lasciarlo languire, osservare la me scritta settimane e mesi dopo, leggermi più da spettatrice, modellando una qualche forma di nuova ispirazione, in accordo con i cambiamenti semi-apocalittici che intanto auspicavo e incoraggiavo per la mia vita.

Semplicemente la mia dotazione interna del suddetto periodo è stata di tanta e tale pesantezza in termini di malinconia, paranoie e difficoltà da indurmi a preferire un dignitoso e consapevole silenzio a post che rischiassero di contenere strali di brutture o invettive varie. Per carità, l’indignazione è cosa buona e giusta e a mio avviso va disseminata senza troppo risparmio ma in tal caso l’oggetto di tale operazione sarebbe stata la mia esistenza stessa, già appunto notevolmente azzoppata da se stessa, da quell’insieme di prove e fatica che in questi ultimi mesi in particolare si sono rivelate in tutto il loro carico. Come è bene che sia successo e come nella parte profonda di me sapevo prima o poi sarebbe dovuto capitare.

317h

Allora per non mancare di rispetto ai lettori e non venire meno a tale sorta di patto tacito e sacrale che si instaura nell’universo blogger, ho preferito zittirmi su questa sponda usando le risorse in modo differente, prediligendo investire la mia creatività di salvezza per raccogliere, convogliare e come sempre sublimare senza misura la zavorra in nuovi versi e poesie, per quella che prima o poi diventerà una futura raccolta.

Ciò detto, l’estate trascorsa, con in cima agosto il mese per me tiranno per antonomasia, che mi attende sempre al varco e mi scoperchia più del previsto le emotività, è stata anche pienissima di piccole meraviglie, un concentrato di domande da un milione di dollari, di risposte inaspettate, di improbabili momenti di risate e divertimento, lacrime agli occhi per certi sentimenti improvvisi ed ingovernabili. E’ stata nuovamente l’epoca della parola partenza che mai come oggi aveva fatto rima con crisi d’astinenza. Forse perchè non compivo una partenza vera da almeno tre anni: quella sacra operazione che mi portasse via da casa per più tre giorni di fila. E altre amenità del genere.

Dal peso specifico di questi ricordi probabilmente trarrò gli spunti necessari per i prossimi post, per tentare un racconto, una riflessione la più disparata possibile in termini di tematica, per raccogliere qualcosa di più di un semplice ed asettico sfogo, come è nella natura di quellocheVale.

Ci tenevo poi che tutto ciò capitasse proprio oggi, in concomitanza con il secondo anniversario dell’uscita del mio primo libro di poesie, per sentirmi su un terreno il più possibile tangibile da cui riprendere quota. Se penso a noi due, a me e a Di versi amori, che ormai ho imparato a trattare come un’entità propria ed autonoma, descriverci non è facile, pur con tutte le parole che credevo di avere a disposizione, che mi sembrano inadeguate, come di fronte ad ogni amore che si rispetti.

Sono stati due anni di notti insonni, occhi gonfi di sensazioni contenute, di una infinità di parole sussurrate, più spesso declamate. Di discussioni e pagine sgualcite, piegate, sforzate sul fianco e sul dorso, come su una schiena provata dalle ingiurie ma che mai smetterebbe di tendersi, di allungarsi verso altro, per scoprirne ancora una parte, amare malamente ma fortemente ed in modo nuovo.

Sono stati due anni di tantissimi sorrisi e molte risate, la scoperta di adorare raccontarti, raccontare te, di fronte ad un pubblico e quasi contemporaneamente desiderare di sparire per la vergogna e il riserbo, anni di corse e rincorse, appuntamenti ovunque ci volessero, avessero voglia di ascoltarci, di mani e occhi che ho lasciato ti scrutassero, a volte provando fierezza, a volte mascherando stizza verso chi tradiva sufficienza nei tuoi confronti.

Due anni intensi e tanta della tua, che poi è la mia, storia si intravede scritta ovviamente dentro, tra le pagine, nascosta e dissimulata nei versi ma anche fuori, nel suo aspetto di libro consumato fino alla consunzione, vissuto in ogni margine disponibile, lacerato in certi tratti, che ha quasi cambiato aspetto e colore ma non sapore.

Per farla breve insomma, e breve non a caso, ho pensato che un buon modo per ripartire fosse riprendendo il filo dal principio della storia, con la prima, ormai antichissima, poesia con cui forse un giorno imprecisato ogni cosa ebbe inizio.

Per tutto il resto grazie. Sono stati due anni d’amore. Tanti auguri a noi.

20161012_104313

 

BREVE
Amavamo i tralci d’autunno
le viti parevano correre sulla terra coperta
mi portavi dove l’erba mi superava in altezza
ed il sole in splendore
io ancorata a quei pochi anni
ignoravo la tempesta di un abbraccio…

Breve
sei righe
e battere le mani nel teatro che si illumina di luce tremula
lo stesso piange sotto i gradini la comparsa
fuori sciami di anziane sciantose
a correre livide
per nascondere la sconfitta

noi un brindisi all’aperto
come se potesse ancora esserci un Natale
la coda della stella cometa
ci tiene per mano
cento giorni
soffocati nello spessore del buio pesto
anche il riverbero è sufficiente
per una dose d’aria.

Adesso è sopravvivenza scomposta
con la frattura inguaribile
di chi vede come galeone di legno la bellezza in bottiglia
la vita che non paga se stessa

tutto quello che abbiamo qui fuori però
è musica
concedimi per favore questo ballo.

 

 


Per acquistare il mio libro di poesie sul sito della Neos edizioni:

clicca su

dI VERSI AMORI

o cercalo sui siti

www.amazon.it

www.webster.it

www.ibs.it

www.unilibro.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A letterhead is the heading at the top of a sheet of letter paper (stationery). That heading usually consists of a name and an address, and a logo or corporate design, and sometimes a background pattern. The ter (1)

Ricordarmi di me. Abbozzo.

Questo è il tempo di una certa stagione, non più mezza, non ancora intera: non ben chiarita nella sua essenza. Mi sporgo, appena fuori sul balcone e mi sembra di non capire nulla di quale sia la situazione, non ci sono suggerimenti, a ben poco servono gli accorgimenti, su come ripararmi, in esterno. Perciò nessuna certezza, compostezza dello svolgersi, pulizia di un processo. E’ sole, pioggia, tuono, baleno, freddo, caldo, umidità tutto insieme, in un arco piuttosto impercettibile.

Dentro, lì dentro poi è così, lo stesso: caos primordiale prima della creazione perfetta. E mi faccio forza perchè penso a chissà cosa ne verrà fuori e dunque sono anch’io un microcosmo di meraviglia, riflesso del macrocosmo, proprio qui con le mie insondabili domande ferree, macigni ossei, grumo enorme di interrogazioni latenti.

Non è il tempo delle mele, posto che il tempo delle mele fosse un’epoca di bellezza semplice, ingenuità non dolente, un piano inclinato in cui tutto scende facile, liscio come l’olio. Dove butti pensieri contorti e ti si sfanno quando ancora stanno a mezz’aria e sfiorato il piano già ogni molecola è predisposta ad una risoluzione, una discesa che è pure ascensione.

Questo è piuttosto il tempo dove non ci sono piani, nè inclinati, nè storti e nemmeno ben riusciti, al primo colpo, che un attimo dopo sono già guizzo ricomposto in azione. No. Qui è pesante, plumbea attesa di non so cosa ma è ricca l’attesa, è senso l’attesa.

E poi, c’è di più: da non credersi ma tutta questa dimensione, si traduce, si ripete, si prolunga e replica in un processo quotidiano, macchinoso, qualche volta irriverente ma pur sempre quotidiano. Così che tutto ciò diventa il tempo in cui le unghie mi si rompono ad ogni sospiro, gli oggetti in casa trasudano una loro malignità, come una piccola organizzazione a delinquere alle mie spalle. E il sifone del lavandino gocciola da una serie di giorni che assomigliano all’eternità, le cose insignificanti si rompono, come a rivendicare una loro precisa presenza casalinga.

20160313_134914

E quello che non si rompe mi sfugge inderogabilmente dalle mani, mi cade ovunque, mi circonda alla maniera di una piccola nuova fortezza. Poi scivolo sul tappeto che si è fatto misteriosamente vischioso sotto i miei piedi, non cado quasi mai ma resto in quel bilico indefinibile tra lo schianto e la disinvoltura che mi riporta ad innumerevoli altri inconsulti atteggiamenti fisici a seguire.

C’è come una impercettibile ma resistente ostilità che aleggia nel mio spazio vitale casalingo, tanti minuti gremlins di energie da raddrizzare che sghignazzano ostili alle mie spalle.

I quadri poi sono inspiegabilmente storti, di quello storto non normale, consueto, come ti capita nella sala d’aspetto del dentista o nel corridoio di casa di un tuo amico dove sempre ti pare che un quadro sia da ritoccare in equilibrio e allora ti avvicini e con il dito provvedi in una furtiva operazione, secca e precisa.

No, qui i quadri sembrano piuttosto affetti da una cronica stortura al che io reclino di un po’ il capo per stare in assetto guardandoli e mi viene da dubitare che sia il muro intero ad essere storto, l’edificio tutto in cui ho vissuto, credevo, piuttosto salda fino ad ora. Addirittura il quartiere, forse la città e oltre.

E allora passo a ricercare conforto nelle fotografie ma non quelle già appese bensì alle nuove, le prossime a cui toccherà la sorte, come conseguenza dell’ultima pulizia di primavera, o altra stagione a piacimento. Come la recente ripulita disperata ma minuziosa agli anfratti della casa: quell’unico armadio dove ripongo la roba da vestire, la nicchia in camera da letto e quell’altra in cucina, il baule nel corridoio, lo sgabuzzino sopra il bagno.

E io che pure mi fregio di essere essenziale, non accumulo strati di oggetti, sono insofferente allo shopping, patisco il consumo come una febbre, percepisco questo mio spazio casalingo come sempre un po’ troppo pieno, una micro tacca sopra l’asticella del tollerabile. E allora ripulisco, elimino, rinegozio gli angoli, rivedo le collocazioni, getto e rigetto, salvando naturalmente con una mia religiosità le lettere, le cartoline, gli auguri, gli abbozzi sul frigo, il memorandum di quella sera, gli indizi di ispirazione, enormi testamenti di una creatività indefinibile ma risoluta, carnale.

Le foto fuoriuscite da questo ennesimo processo di sistemazione sono come i cocci di un’esplosione incontrollata, sono il frantumato che finisce sul muro, sono la parte di me salvata da questa valanga di passato e presente fusi insieme, insidiosi e simpatici come un calcio negli stinchi. Ne prendo una in mano, che è un seppia autentico, senza filtri e fronzoli, mi sovviene allora quanto instagram sia molto più giovane di me. Ecco che la scritta dietro reca come data agosto 1980. Avevo dunque sei mesi, ero con la mia famiglia in gita al fiume, siamo belli da far schiantare il cuore, sembriamo abitanti di una dimensione non ancora scoperta, pronti, compatti per il futuro che sarebbe venuto. Soprattutto inconsapevoli. E saranno gli anni seguenti, di molto seguenti, a rappresentarmi il valore immenso di una simile inconsapevolezza.

Altro chiodo, altra corsa. Un altro quadretto appeso, un altro puntello di me, un ricordo – per fortuna – insanabile, una storta perfezione a rammentarmi la via.

In questa mia cara dimora che amo come si ama una tettoia apparsa all’improvviso durante la grandine, c’è persino un sontuoso esterno, adorabile snello e lungo balcone che ogni tanto mi fa da filtro all’urto urbano composto di urla, litigi, rumori, pianti, ristrutturazioni, rotture ma più spesso semplicemente restando se stesso è come l’appendice dell’altro mondo, come una piccola succursale di salvezza.

E qui ci ho organizzato anche una porzione di orto-balcone, che di sole ne arriva tanto qui, malgrado la quattro-stagionalità radunata in un unico mese e soprattutto in questo modo nella mia casa coabitano altre piccole creature che respirano, crescono, palpitano e faticano anch’esse, affondate nel loro terreno, da cui traggono a contempo ogni linfa vitale.

Oggi è così e non so come sarà dopo, mi piace pensare che sarà sempre meglio, prima o poi veramente meglio, finalmente altro, una dimensione nuova, ricostruita, sconosciuta. Ed è essa soprattutto la fase che più delle precedenti, più di tutte assomiglia alla resa e non so, forse per questo mi dimentico spesso le cose, mi sfuggono dalla memoria: a volte le afferro per la coda mentre ancora le sto pensando, altre non rimangono, ho solo il sentore di averle pensate.

Allora si moltiplicano gli appunti in casa, le scritte, le mezze frasi, i versi corsari. Sto scrivendo, tanta poesia soprattutto ed è come uno zampillare di vita, continua, gracile ma implacabile: qualcosa non mi piace mentre qualcosa salvo, conservo e rimaneggio.

E’ così oggi e non so come sarà dopo ma so per certo che sarà fondamentale che io mi ricordi di me, di cosa ha significato ogni passo, di essere passata di qui. Di esserci stata con stanchezza e coraggio. Forte come queste mie piantine nel vaso.

20160608_142625

20160608_210508

 

Imperfetti noi

Il Festival di Cannes di quest’anno, con alcuni dei suoi titoli in particolare, si è annunciato robusto, interessante, ricco anche per quelli come me: cinefili autodidatti e dell’ultima ora, molto più curiosi che esperti in materia.

Ancor prima della sfilata sulla Croisette c’è però stata una tornata di film italiani a quanto pare di tutto rispetto, mettendo insieme giudizi di critici, di appassionati e voci di corridoio, oltre ad una manciata di prestigiosi riconoscimenti. Noi italiani sembriamo i primi a stupirci di ciò, non abituati ad avere particolare successo in questo campo, complice la sciatteria di un certo cinema unicamente rivolto agli esiti del botteghino, come a trasformare le pellicole in enormi drammoni che però non rispettano il senso vero del dramma.

Oggi, proprio nella veste di inesperta e curiosa, dirò di uno di questi, avendolo visto circa un mese fa ed avendomi a suo modo sconvolto.

Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese. E già qui ci siamo: il titolo mi colpisce, si sa, la prima impressione conta. E seduta in sala mi soddisfo nel vedere che si va ben oltre il puro e semplice marketing. Come a dire: oltre al titolo c’è di più. La storia è semplice, quasi banale, almeno fino a che non diventa cruciale. Si sviluppa quasi del tutto in un unico ambiente, il soggiorno in cui ha luogo una cena tra amici, a dimostrazione del fatto che non è sempre indispensabile portare in scena vicende estreme, roboanti, truculente o ad un passo dalla più totale inverosimiglianza, per emozionare e schiaffeggiare.

Gli attori sono assai bravi, nelle loro italiche fattezze e modalità che a mio avviso non scadono mai in stereotipate macchiette. E sono anche belli certo, ma soprattutto e prima ancora rappresentano personaggi affascinanti, di quel fascino modellato da una certa insicurezza, quella stanchezza nello sguardo, la profondità delle occhiaie, un’ironia mista di amarezza e gioia, indispensabile alla sopravvivenza nell’urto contro dinamiche umane trite e ritrite.

Brad Pitt e Angelina Jolie sono due fighi smisurati e due grandi attori, non si discute, ma oso dire che non so se sarebbero stati tanto credibili, così altrettanto affascinanti seduti allo stesso tavolo dei nostri. Come a dire: oltre alla gnoccaggine c’è di più.

Ma andiamo al sodo della vicenda: questo gruppo di tre coppie sposate più un single, alcuni dei quali amici di vecchissima data, decidono di fare un gioco che nessuno di noi al di qua dello schermo si presterebbe a fare e proseguire dopo i primi dieci minuti. Protagonisti sono gli amati-odiati smartphone e iphone messi per così dire “in chiaro” da ognuno al centro del tavolo.

SONY DSC

Ed ecco che prima che qualcuno se ne renda davvero conto il tenore cambia, la commedia vira lentamente ma inesorabilmente in tragedia: il gioco diventa un gioco al massacro, lo scherzo passa a vivere di vita propria ed il bandolo della matassa iniziale finisce per perdersi nell’uragano, al termine del quale sarà diventato un miracolo il semplice fatto di non annegare.

Le problematiche intorno a cui viene sviluppata questa commedia umana sono facilmente immaginabili, perchè sono quelle di sempre: il tradimento, la sincerità, la solitudine, la famiglia, l’amicizia, l’omosessualità.

Nessuno ne esce pulito o per lo meno salvo, nessuno può dirsi al sicuro nelle relazioni rappresentate, se per sicuro si intende autenticamente consapevole di chi ha al fianco o di fronte, così come di quale personalità lui-lei stessa metta in campo ogni volta nella creazione della medesima. L’unica certezza rimane, ribaltata, quella svelata alla fine del film da uno dei protagonisti: siamo frangibili. Eh già, quale altra bella, sana, banalità. Un po’ tardi ormai.

Perchè noi non siamo solo frangibili ma prima e di più siamo ipocriti, comodi, superficiali, egoisti, egocentrici, crudeli. Drammaticamente imperfetti, noi perfetti sconosciuti. E il film ha questo immenso pregio, secondo me, di sbattercelo in faccia, silenziosamente ma duramente, instillandocelo poco a poco, bugia a bugia, deriva dopo deriva. Anche con una certa ironia diffusa, un indizio di gentilezza, servendosi di alcune trovate originali, tra cui per me risulta memorabile la frase che ad un certo punto una delle protagoniste sibila, sguardo perso a mezz’aria, più tra sè e sè che rivolta ai suoi commensali: dobbiamo imparare a lasciarci.

Perchè si sa l’amore vince sempre, l’amore è più forte, l’amore è bello e merita la nostra lotta, quasi tutte le nostre lacrime e le notti di cui disponiamo: ce lo siamo ripetuti allo sfinimento e ce lo siamo sentiti ripetere a destra e manca e in ogni sala del cinema in cui siamo entrati. Eppure la lezione non l’abbiamo imparata, affatto. Allora forse è più impellente un piccolo passo indietro, mandare giù e digerire un’altra dozzinale verità. Come a dire: prima impara a stare in piedi, poi sarai in grado di correre.

Così, in tutto questo trambusto e stordimento, in un equilibrio esploso, all’uscita dalla sala la prima domanda che ti viene spontanea da fare non è la solita manifesta “Ti è piaciuto?” al tuo compagno di gesta cinematografiche ma un’altra, un tantino più tra te e te: “E io… sarei sopravvissuta ad una prova simile? Quali delle mie relazioni sarebbero rimaste in piedi o per lo meno tali a quelle che erano o credevo fossero in seguito ad un analogo esperimento?”

La risposta per fortuna nessuno la sa, o forse se la dà. Sta di fatto che il film è bello, bello sul serio: riesce ad emozionare e a far immedesimare lo spettatore che ad un tratto si troverà in quel bilico assai al limite sulla linea di confine tra l’al di là o l’al di qua dello schermo. E non è affatto scontato riuscire in questa operazione nel modo in cui il regista ci riesce, non scadendo in americanate dell’ultimo minuto o buonismi di sorta. Certo la situazione verso la fine è forse un po’ estremizzata ma sempre in linea con la deriva presa.

In questo modo Perfetti sconosciuti risulta lacerante senza diventare trash, finalmente onesto senza volgarità o facili esagerazioni. Non so se l’intento del regista fosse propriamente quello di rappresentare uno spaccato della comunità umana e sociale di cui tutti più o meno facciamo parte, insieme alla sua scatola nera, collocata nei cellulari e riassunta nella tendenza alla virtualità delle relazioni, insieme al pericolo che essa stessa rappresenta.

Non lo so e in fondo non importa. Mi piace molto di più pensare al lieto fine, se non del film in sala, al film come opera d’arte e costruzione e ai riconoscimenti importanti che ha ottenuto, tra cui due David di Donatello, perchè mi lascia la sensazione piacevole che ti lasciano gli stessi a tematica ambientale, o sociale, o civile in senso più ampio e trasversale, quando vincono un premio.

Le relazioni umane autentiche, quelle di coppia in particolare ma anche tutte le altre, sono qualcosa di raro, da proteggere e riconoscere, da salvaguardare, di cui esultare anche, e una pellicola che le individui per come sono, le fotografi, le coccoli in fondo in tutta la loro distruttività e fragilità, beh, senz’altro merita di essere premiata. Oltre che  – ça va sans dire – vista e rivista.

tumblr_o3m0j7S4Zk1slhhf0o1_1280

 

 

Blog su WordPress.com.