Se qualcosa non torna

E dopo la precedente non poteva mancare una riflessione fuori dal coro sul Presepio. Non lo faccio apposta. Semplicemente osservo e mi faccio catturare dagli stimoli. Rifletto e finisco sempre dove c’è qualcosa che non mi torna. In questo caso è il Presepe e si chiama proprio così: Il Presepe che non torna.

Di tutti quelli che mi è capitato di vedere nell’ultimo periodo questo è stato l’unico su cui mi sono davvero soffermata, che mi ha colpita sul serio. Sarà perchè gli altri fanno parte del patrimonio natalizio, e non solo, acquisito. Perchè compongono un quadretto rassicurante e che non si fa ammirare per originalità o innovatività, con le sue statuette sempre sproporzionate e colme di amara dolcezza. Certo è un ossimoro ma qui siamo su un blog di poesia e dunque si può fare, anzi è anche un po’ doveroso. E poi a me trasmettono proprio quel tipo di emozione.

Il Presepe che non torna, esposto per il periodo natalizio nella Camera Nuova e Gabinetto Cinese dello splendido Palazzo Madama a Torino, è stato cesellato dalle mani di Richi Ferrero, artista di grande poliedricità e molto attivo sul territorio per le tante tra installazioni, opere ed allestimenti.

Le statuette raffigurano personaggi al limite del mostruoso e del deforme, scolpiti in atteggiamenti che atterriscono formando “un’umanità gretta razzista e violenta”. La Sacra Famiglia non è da meno in quanto a stranezza, rappresentata a sua volta da una mucca e un asino che hanno come incorporato in due sole figure la Madonna e San Giuseppe mentre nella mangiatoia al posto del bambinello si scopre un agnellino. Il messaggio è chiaro o così sembrerebbe: in questa contemporaneità precaria e dolorosa il Presepe come raffigurazione di un’umanità, non può sottrarsi a simili immagini. Dunque la speranza e l’amore originarie diventano qui rabbia e sofferenza, per una promessa tradita, per un sacrificio inutile.

Eppure io sono una ricercatrice di poesia e se lo sguardo mi è cascato qui con insistenza un motivo dovrà pur esserci. E’ la didascalia dell’opera a salvarmi: “La mucca e l’asino, animali di estrema generosità, diventano un tutt’uno con la Madonna e San Giuseppe a riscatto dell’umanità dolente, generando un quadro di infinita poesia.”

Un certo sapore di salvezza c’è in fondo: sia per il bel gioco di luci che arriva sul Presepe, sia per la tenerezza che ispira la triade; sia perchè la croce disegnata da tutti i protagonisti della vicenda ci ricorda un po’ la nostra personale. E’una sorta di commedia umana in cui il visitatore della mostra si sente immediatamente coinvolto. E’ per questo molto più profondo perchè onesto, realistico. Nello stesso tempo tutto è ancora in gioco e dunque salvabile: non ci sono verità date, rappresentate in una fissità poco umana. Il riscatto è possibile, se si vuole.

Vi lascio le mie riflessioni sperando di avere colto un po’ del senso di questa sorprendente opera contemporanea: tra i tanti Presepi regalatevi una visita anche a questo. Se ci sarà qualcosa che non vi torna saprete di non esservi sbagliati.

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