Un capolavoro di nobel

“…E poi appartengo ad una generazione in cui non si lasciavano parlare i bambini, salvo in certe occasioni piuttosto rare e solo se chiedevano il permesso. Ma non li si ascoltava e molto spesso gli si toglieva la parola. Questo spiega la difficoltà di elocuzione di alcuni di noi, a volte esitante, altre troppo rapida, come se temessimo a ogni istante di venire interrotti. Nasce sicuramente da questo il desiderio che mi ha preso di scrivere, come capita a molti, uscendo dall’infanzia. Speri che gli adulti ti leggeranno. In questo modo saranno obbligati ad ascoltarti senza interromperti e finalmente sapranno cosa ti pesa sul cuore […]

Credo di non aver mai sentito fortemente come quel giorno quanto un romanziere sia cieco rispetto ai propri libri e quanto i lettori ne sappiano molto di più di lui su ciò che ha scritto […]

Ho sempre pensato che la scrittura sia simile alla musica ma molto meno pura e ho sempre invidiato i musicisti che mi sembrava praticassero un’arte superiore al romanzo – e i poeti, che sono più prossimi ai musicisti dei romanzieri […]

Le persone che hanno vissuto in quella Parigi hanno voluto dimenticarla molto presto, oppure ricordarne solo alcuni dettagli quotidiani, di quelli che davano l’impressione che dopo tutto la vita di ogni giorno non era stata così diversa da quella che conducevano in tempi normali. Un brutto sogno e anche un vago rimorso di essere stati in un certo senso dei sopravvissuti.”

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Con queste parole di Patrick Modiano, premio Nobel per la letteratura 2014, rilasciate nella sua lectio di accettazione voglio fare un’operazione insolita: metterle a parafrasi di una poesia che conosco molto bene, una poesia mia, le cui immagini mi correvano in mente mentre rileggevo l’intervista.

Me lo permetto poichè non conoscendo invece per nulla questo autore, se non di nome, non provo nemmeno quella sorta di timido rispetto misto a devozione che si prova per i “mostri” e sul mio foglio bianco mi sembra un escamotage originale con cui giocare, un po’oltre al rigore che talvolta la poesia richiede e che io personalmente amo poco.

Come infatti lui stesso spiega molto bene sono i lettori a possedere davvero un romanzo una volta finito, più che l’autore stesso, ormai diventato cieco rispetto ad esso. E vale certo anche per la poesia. E questa mia è tornata a battere di nuova vita sulle parole di Modiano.

Sono piuttosto sicura d’altronde che quest’autore non arriverà a leggere il mio blog e anche fosse spero non me ne voglia per il mio ardire: a lui resterà sempre un premio nobel in fondo, a noi comuni mortali solo il sapore di quella solitudine esistenziale, quel tentativo di essere capiti, una musica ancora da suonare.

DEL CAPOLAVORO LO SFORZO

Uno dei cuori che avevo un tempo
mi lasciava spesso sola a cercare asilo
non battendomi giusto il battito
raggomitolava un nodo con i disavanzi
del respiro
nel giorno del colpo scoccato
era un salto mortale di amore
sono poi sempre arrivata in tremendo anticipo
o in tremendo ritardo
su tutto quel resto giovane mondo

ci rido però più fragorosa di come vivo
poiché vi amo e ci amiamo tutti
noi in apnea e scoppio ritardato
sui differenti pianeti delle nostre galassie
suoniamo come maestri d’orchestra
abituati a della musica lo spartito
artisti del capolavoro lo sforzo
spettatori tutti
del successo il recensito.

 

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o sui siti

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2 thoughts on “Un capolavoro di nobel

  1. Anch’io l’ho ritagliato, vale. Mi rinforza il fatto che sia piaciuto così tanto anche a te. Io mi sento così… pratica e concreta rispetto a chi, come te, scrive poesie… Io amo scrivere, ma in prosa! Ma forse non siamo così distanti. Un abbraccio. luigina lu.ambrogio@gmail.com

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    • Cara Luigina, certo mi è piaciuto ma ancora di più mi ha risuonato tanto dentro. Mi ha fatto ricordare di quella parte di me. Poesia o prosa l’importante è scrivere, non smettere di farlo se ci dà senso! Grazie tante per questo contributo: sono molto contenta di sapere che segui il mio blog. A presto allora! Un abbraccio a te.

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