Inquietudini allo specchio

Sapevo sarebbe successo. Leggere Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares di Fernando Pessoa e sperare di non essere risucchiata da quell’inquietudine, è illusorio. E’ un po’ come leggere un libro di ricette: è impossibile che non ti venga l’acquolina in bocca, anche se hai appena finito di mangiare. E non solo lei. Anche malinconia. Di quelle positive però. Come il colesterolo buono.

Esiste, vi assicuro, nel campo della composizione letterario-poetica ed è una specie di arma inevitabile, che può ferirti e precipitarti un gradino più in giù, come difenderti. Io ho combattuto anni contro la mia malinconia per arrivare oggi ad una sorta di accettabile equilibrio. Ci ho fatto pace diciamo, la ascolto, le lascio spazio, la solletico persino. In cambio lei mi regala delle ispirazioni di non poco conto. In questo senso è positiva. A volte continua a dettare i tempi della mia emotività e ciò non mi piace granchè. Però è un travolgimento dello spirito di cui non potrei più fare a meno.

Poichè il rapporto che ho con i libri è anche fisico, l’andamento della nostra relazione è proporzionale alle sottolineature e agli appunti a margine che ne faccio. Quello con Il libro dell’inquietudine è sicuramente una storia vissuta. La mia e, inutile dirlo, la sua. E’ così denso di spunti da rendermi difficile la scelta per il mio post: semplicemente vi consiglio di leggerlo se già non l’avete fatto. Forse anche perchè non sono sicura di aver afferrato pienamente i significati delle elucubrazioni del protagonista. Potremmo costruirne intorno delle belle chiacchierate, stesi sui nostri divani a sorseggiare vino e raccontarci del senso della vita secondo il signor Bernardo Soares, confrontandolo con il nostro. Rapportato al suo diverrebbe un discorso assai lungo, complesso, arzigogolato. Lui è un tipo interiormente interessante, non so però se vorrei farci amicizia.

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Soprattutto perchè in quelle pagine non accade praticamente nulla, credo morirei di noia con un amico del genere. Una persona che non mi porta in giro, non mi fa conoscere posti nuovi ed affascinanti, non mi incuriosisce ad ogni incontro con il racconto degli eventi della sua vita. Eppure la sua personalità mi seduce, sa muovermi a scoprire il mondo in maniera diversa, come uno di quegli individui da cui sospetti che dovesti guardarti e invece non puoi fare a meno di voler capire a fondo. Una volta iniziato il libro non è stato possibile per me lasciarlo incompiuto; anche se l’andamento della mia lettura ha seguito quello della scrittura: frammentata, altalenante, sospesa, raccolta intorno ad innumerevoli stralci del sè. Che non sono mai gli stessi, che si completano o contraddicono l’un l’altro.

Il primo sentore di inquietudine mi è derivato proprio da qui. Dalla difficoltà stessa di leggere questo non libro per antonomasia. Poi dalle immagini, che a volte sono oscure ed impenetrabili, altre evocative e simboliste. Un diario, più che della sua vita, del pensiero intorno ad essa, un insieme di appunti esistenziali, una “autobiografia senza fatti” come la definisce lo stesso protagonista nelle sue pagine. E’ una forma di scrittura attraente quella dell’autore in quest’opera, irripetibile, di più, è decisamente imperdibile. Perchè i passaggi ispiranti sono davvero molti, in diversi punti hanno tratteggiato un po’ più chiaramente i contorni di certe immagini che mi occorrono e che fatico spesso a tradurre in una qualche forma.

La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni o strida dentro di me: corde e arpe, timballi e tamburi. Mi conosco come una sinfonia.

La puntigliosità dello scrivere è quella dell’impiegato di concetto, un grigio contabile, professione di Bernardo come dello stesso Pessoa; a questa si abbina la profondità e la chiarezza di visione di un filosofo, il tutto immerso in una malinconia opprimente, alternata a momenti di slancio con punte che arrivano a sfiorare il vaneggiamento. Questo è invece semplicemente l’uomo, che altri non è che l’alter ego di Fernando Pessoa, la cui vicenda interiore che si snoda per ben vent’anni viene raccolta in questo diario. La sua frammentarietà deriva non tanto da ciò, secondo me, quanto dalla complicanza interiore dell’uomo, intrappolato ed osservatore dalle finestre della sua Rua dos Douradores a Lisbona. E’ come se il protagonista dell’opera lo fosse per noi, i lettori, ma non riuscisse ad esserlo per se stesso, nel proprio sopravvivere quotidiano.

Io sono la periferia di una città inesistente, la chiosa prolissa di un libro non scritto. Non sono nessuno, nessuno. Non so sentire, non so pensare, non so volere. Sono una figura di un romanzo ancora da scrivere, che passa aerea e sfaldata senza aver avuto una realtà, fra i sogni di chi non ha saputo completarmi.

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L’aspetto più intrigante di Pessoa è per me rappresentato da un’altra delle sue peculiarità: la capacità di inventare parole, di giocarci, non senza una certa ironia oltretutto, di camminare a lungo su un pensiero che poi rimane anacoluto. Una scrittura quasi faticosa in certi momenti e così magnetica insieme. Lo specchio di un bilico esistenziale, di un’incapacità di vivere con gli strumenti che si hanno e dunque la necessità di inventarne di nuovi.

Su tutti si potrebbe forse citare l’ampiamente utilizzato vocabolo “sdormire” che non è evidentemente nè dormire, nè essere sveglio ma una specie di stato a metà tra i due con cui Bernardo ha a che fare. La convivenza con un simile stato è possibile solo perchè l’essere umano, secondo lui, è inconsapevole e trascorre infiniti momenti futili che lo approssimano alla morte. Non voglio attribuire a questo personaggio più meriti di quelli che indubbiamente ha: mi ha coinvolto così tanto perchè in definitiva Bernardo Soares è per me poetico, nella sua tenera lotta per provare ad essere quello che non è contemporaneamente al cupo sforzo, che ritrovo perenne in queste pagine, di allontanarsi da ciò che è.

Il materiale su cui sperimentarsi in una simile lettura è tanto, c’è una vita intera da immaginare e riscrivere mentre si leggono le gesta interiori di quest’uomo. Lui ti lascia addosso la sensazione di esserticisi sinceramente affezionata pur senza averne capito poi molto. Ma non importa perchè nel frattempo hai steso orecchie e cuore su quelle pagine, sperando dolcemente che il personaggio di cui avresti capito qualcosa in più alla fine fossi tu. Risultato, una gran confusione. Che non sai più se sia la tua o la sua, perchè scrivere una storia realmente autobiografica è forse impossibile. Lo sforzo è supremo, l’esito in parte è quello che altrove il poeta Pessoa rivelerà.

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.

 

 

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Fernando Pessoa – IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE DI BERNARDO SOARES

 

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2 thoughts on “Inquietudini allo specchio

  1. Ciao Valentina, “premesso che non ho letto il libro”, così ti faccio un pò ridere visto che è la frase tipica e insulsa con cui molti si alzano in piedi alle presentazioni e sparano sentenze, quando viene il fatidico momento del “ci sono domande?”, ma è che stavolta davvero non l’ho letto e la mia è poco più di un’intrusione. ma è, con il cuore Valentina, “la voce a te dovuta”. Sono affascinato da come, con bella fine introspezione, leggi i libri, poesie e non. Sono contentissimo di come stai approfondendo ogni argomento che tratti. e di come stai leggendo l’anima delle cose. voglio dirti questo, certe sensibilità, a volte, non chiedono altro che comprensione. il resto era difficile e si sapeva e sopportava. quello che uccide certe anime sensibili (a volte anche proprio fisicamente…) è la solitudine di fronte a questo: Il poeta è un fingitore.
    Finge così completamente
    che arriva a fingere che è dolore
    il dolore che davvero sente.

    e tu sai Valentina che Vivere Poeticamente, questo è. Non c’è più nè Vero nè Falso, ma è Passione sempre. L’intensità è alta…in tutto. Anche nelle sue sfumature meno gradite socialmente, la rabbia è rabbia ma si scioglie a un sorriso comprensivo, la comprensione, Valentina, è forza che già proietta il debole verso un futuro di forza.
    La gioia è gioia ma presente la perdita e la morte, perchè il poeta (che scriva o no..) è già in là, perchè la sua passione non solo è sempre ma anche ovunque.

    Ti seguo, Valentina. In fondo questo volevo dirti.
    E mi sento, meglio letto, meglio capito, che altrove.

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    • Cristiano, ciao a te. Dunque c’è talmente tanta materia in questo tuo commento che ci vorrebbe almeno un altro post per provare a sviscerarla! Innanzitutto posso dirti che provo sempre ad ascoltare la parte più profonda di me di fronte ad una qualunque opera d’arte e in questo modo scaturiscono emozioni, sensazioni e pareri, a volte assai interessanti a volte molto meno, però pur sempre vivi, palpitanti, vissuti sul mio corpo. E questo perchè sappiamo, è l’opera a muoversi dentro di noi, è lei che si dona, che ci “legge” mentre noi proviamo e crediamo di leggerla.
      E’ successo anche a me con il libro di Salinas che citi e in tante altre occasioni.
      Insomma ci provo a capirne qualcosa di più della poesia che ci circonda, mi sforzo e ti ringrazio per le tue parole perchè mi fai capire che questo lavoro a qualcosa serve, da qualche parte arriva. Per lo meno alle anime più sensibili di cui parli anche tu.
      Forse si potrebbe persino dire che vivere è per forza di cose poeticamente, nel senso di vita intesa con quella Passione che sentiamo che è tutto pur non sapendo bene cosa sia. La finzione dunque è un po’ missione, un po’ riparo, un po’tentativo.
      Grazie di cuore per queste parole che hai voluto condividere, un bel gesto. Ti abbraccio e spero di ritrovarti presto qui.

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