Le ferite della terra

Il sole si ritira dietro l’ultimo angolo di tetto, me ne rimane una fetta sul collo: faccio presto a spostarmi per non perderne gli istanti finali, i più intensi, quelli che dovrò farmi bastare fino a domani nel ricordo di cosa è stato.

Il profumo di mare mi arriva con un misto di salmastro e speziato, una cornice preziosa, quell’aroma che custodisco come una sorta di amore primordiale nel mio naso. Basta una parola talvolta, un frammento solamente di ricordo è già avverto lo sciabordare di onde.

Sono a Khungrad, un’ultima notte prima della grande partenza. Veglia d’armi, l’anima veglia. Un passo brevissimo, un voltare di pagina e mi trovo in Ustyurt.

Non importa che non sappia minimamente dove si trovi questo posto, o che quasi non riesca a pronunciarne il nome o che a mala pena capisca quanto può essere ostile questo luogo. Molto più essenziale è che si tratti di una terra dove la nostalgia può arrivare a frammentarti il respiro mentre scandisce gli attimi che restano di ogni giorno ma meno male che lei c’è, la nostalgia, perchè si impone come l’unico sentimento forte, reale, che ancora ti dà la misura del tuo essere vivo.

L’Ustyurt è l’altopiano desertico situato tra le ex repubbliche sovietiche del Kazakistan e dell’Uzbekistan e separa l’Aral dal Mar Caspio, due bacini che restano come vestigia di un’epoca antichissima.

Di tutti i viaggi possibili, ho scelto quello più difficile e forse ostile, una meta inusuale che eppure nel suo snodarsi custodisce una poesia lacerante, bruciante come il sole che si abbatte senza pietà sui suoi viandanti, quando hanno il coraggio di avventurarsi sulle sue terre.

Credo che mi abbia fatta sua perchè questo viaggio racconta dell’energia umana, di quella forza insospettabile che ciascuno custodisce tra il corpo e i sogni, e che si rivela di pari passo con quella della madre terra, e i suoi derivati come gas e petrolio o del sole e di tutta l’ingegneria dell’uomo, così malsana e crudele a volte, realizzata per risucchiarne dai fondali e dagli elementi, ogni possibile risorsa.

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E’ un sussulto leggero a riportarmi qui: il taglio di sole sul collo non è altro che quello che lui mi lascia nel suo ritirarsi dietro il tetto della casa che sta di fronte alla mia nello stesso stabile in cui vivo. Il teatro il mio balcone abbastanza lungo e stretto, dove mi sistemo con agilità urbana assecondandone gli spazi. Il profumo di mare mi è arrivato veramente per pochi istanti, probabile incontro degli aromi di un buon bucato con piantine, fiori o una qualche emanazione casalinga.

D’altra parte non faccio fatica a sentirlo quell’odore come dicevo: è uno di quelli che caratterizza di più il mio bagaglio aromatico, ognuno ne ha uno. Forse è la città ad affinarmi l’odorato facendomi distinguere meglio sapori da altri, per spingerli a sopravvivere nei miei sensi o magari è il contrario; mi pare di scorgerli ovunque avendone annusati di quella natura così poco ultimamente.

Ed è in questo mio bilico quotidiano tra carta e ringhiera che approdo sulle pagine di un viaggio da cui vengo rapita, intristita a brevi tratti. Scrittori e scrittrici, blogger, free lance di varia natura, alcuni anche conoscenti o amici, viaggiatori più o meno in solitaria che seguo e di cui leggo, mi danno il polso di situazioni forti ed immediate vissute in una certa sequenza, mi restituiscono tante e diverse emozioni in poche pagine o racconti.

La voglia di mettermi in viaggio mi assale per poi rientrare almeno un paio di volte al giorno in questa fase. Ma è sotto controllo, le incombenze quotidiane non sono poche ed è un piacere anche girare un altro tipo di mondo. E tra le pagine di un libro qualunque siano il tempo e l’equipaggiamento è sempre un bell’andare.

Il viaggio narrato in questo libro invece ha piuttosto in sè qualcosa di arcaico, di fisso ed immutabile e di profondamente sacrale. Mi ci sono persa ad ogni lettura. Questo perchè ancora non mi era capitato di trovare così tanta poesia in un diario di bordo che racconta di valenze tanto primarie come la sopravvivenza, l’estrazione ed il deturpamento della terra, la lotta per la vita. Per di più districandosi tra paesaggi che spaziano dalla steppa al deserto, disseminati di insidie e con la morte in agguato quasi ad ogni capitolo.

I dialoghi che si innestano tra viandanti che si incontrano fortuitamente fanno da contraltare a questa atmosfera: sono al limite dell’essenziale, trasmettono tutta la stanchezza del visitare zone del mondo sfiancate dalla storia e dall’avidità umana.

Il protagonista, Sylvain Tesson, di origine francese, geografo, viaggiatore, scrittore e documentarista, inoltre compie la sua traversata in bicicletta, fattore che per me aumenta il fascino della narrazione, fino almeno al racconto delle prime battute d’arresto che patisce per il caldo insopportabile, l’inospitalità del luogo, l’arsura. Mille chilometri nell’Ustyurt appunto, poi circa ottocento da Aktau a Atyrau passando per Tengiz in Kazakistan, fino a Baku in Azerbaigian, che scopro essere gemellata con Napoli, per via della somiglianza dei loro golfi, attraversando il mar Caspio.

Da qui prosegue poi nel Caucaso georgiano per arrivare in Anatolia e dunque in Kurdistan. Questa sfida apparentemente sovrumana viene lanciata a se stesso con lo scopo di costeggiare l’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan, per scriverne ed inventariarne storia e caratteristiche tutt’intorno, su quel “corridoio di energia” che ben presto diventa il pretesto per un’acuta riflessione sulla ricerca dell’essere umano e la sua potenza, un motore impercettibile che genera parole, pensieri, azioni.

La scoperta più autentica e compiuta ad ogni tratto sarà come petrolio e forza vitale procedano secondo lo stesso principio, custodendo nei rispettivi giacimenti immani riserve. Il cui consumo avviene inesorabilmente sotto gli auspici ed al prezzo enorme di solitudine, entropia, stanchezza, invecchiamento.

Tutto purchè il viaggio su questa terra ferita e risucchiata fin dalle sue più profonde viscere non si abbandoni nell’attesa, giustamente definita come l’operazione meno energetica, e dunque meno sensata, a cui ci si possa consegnare.

La mortalità è del tutto presente nel libro ma è come se venisse sfidata e sconfitta ad ogni pagina, alcune immagini di cui si arricchisce sono di struggente bellezza e verità. La storia in fondo è semplice: questo nostro pianeta si lascia stremare dall’incursione umana per permetterci di capire fino in fondo cosa siamo.

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Sylvain Tesson – BAKU, ELOGIO DELL’ENERGIA VAGABONDA

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