Futuro non autorizzato

Approfittando del giorno in più che l’anno bisestile regala, mi concedo di indugiare ancora qualche istante nel mese di febbraio, che è anche il mio mese per compleanno, onomastico e altre ricorrenze. Ci sono affezionata, a lui così curioso, con quel numero di giorni diverso da tutti gli altri, una concentrazione di idee e sorprese: la scomoda posizione tra l’inverno più profondo e la sospirata primavera. Da lì anche la sua presunta mostruosità, il suo essere foriero di funerei avvenimenti.

Sarà ma in ogni caso per gli ansiosi di vita come sono io, un’ora che ti cresce qua e là insospettabile, che ti era rimasta incastrata tra gli impegni e non so come rispunta fuori, già è qualcosa per cui valga la pena festeggiare. Figuriamoci quando le ore sono ventiquattro: e metti pure che sei-sette di quelle le passi a dormire, sicuramente più sei in questo caso, appunto speciale e che magari mi toglie un po’ il sonno. Tutto il resto sarà grasso che cola, dono, celebrazione.

Certo il mondo non si ferma, e me ne accorgo in parte dall’agenda, in parte dal tram che sento passare sotto casa, appena tendo un po’ l’orecchio. A livello metereologico poi la giornata volge all’orrendo e mi tocca fare da sola. Eppure non serve chissà quale artificio, non serve nulla oltre a quello che già ho qui con me, le mie stampelle, i miei salvagenti. Un libro, la pioggia stessa da annusare e guardare, attesa con una trepidazione insolita nell’ultimo periodo. Un po’ di pensiero e fantasia per unire e modellare gli ingredienti. Quello che non mi è piaciuto, di me e del mondo fuori, che non mi ha migliorata nell’ultimo periodo, qualcosa da trasformare, rendere positivo.

Il libro in questione, che mi è capitato tra le mani come sempre al momento giusto, non è di poesia, non di quella in versi per lo meno: un libercolo minuto e di carattere, pieno di parole che centrano qualche nodo, comunque le leggi, denso di significato, pur trattando spesso, pur camminando lungo tutto il perimetro su un tema che potrebbe proprio essere quello della mancanza di significato.

231H

“Futuro” il titolo, Marc Augè l’autore: due caratteristiche, praticamente due promesse in una, che ne farebbero un libro da prendere a scatola chiusa, per gli addetti ai lavori. Pensandoci su un attimo realizzo che l’addetto ai lavori per antonomasia potrebbe essere all’incirca il genere umano nel suo complesso, che si dimena un po’ impazzito, un po’ esausto alla ricerca di risposte là fuori, quando non alla fuga e basta.

Marc Augè non credo abbia bisogno di presentazioni, a me piace ripetere che sia l’antropologo vivente più importante ed autorevole: per tutto il resto c’è wikipedia, google, anche una semplicissima bancarella a cui comprare un suo primo libro a metà prezzo per curiosarne contenuti e statura.

Lui meglio di chiunque è l’uomo giusto che oggi può accompagnarmi in questo bisogno e sete di ritualità, indicandomi la via, gli accidenti e gli stereotipi che incontrerò, i significati più reconditi, in bilico tra il tutto e il niente che sono entità, attori, i due capi tra cui saltellare cercando risposte, chiarezza, salvezza.

La partenza sembrerebbe in salita:

Almeno nella vita moderna, i miti nascono quando i riti muoiono e perdono la loro potenza creatrice[…] La nostra società, quella della trasparenza e dell’eterno presente, è caratterizzata da deficit rituale.

Mi tocca andare qua e là, riannodando il mio personale senso di lettura, suggerendo spunti per chi volesse farne una propria ricerca e analisi. Non è un romanzo, è molto di più e dunque anche molto più complesso trovare un solo bandolo. Allora rifletto e metto insieme le suggestioni delle ultime due settimane circa: andando a ritroso in questa esposizione universale e trasparente di avvenimenti, abbiamo assistito e, chi più chi meno, patito per una somma di piccoli o enormi accadimenti tutti in qualche misura riconducibili all’utilizzo della parola, della lingua e alla sua (perduta) sacralità.

Video di parlamentari che straparlano come in preda ai deliri conseguenti all’assunzione di non si sa quale sostanza psicotropa, altri affetti dall’ormai universale piaga del politichese che non misura nè pesa più nulla, non racconta più alcunchè, non solo di vero ma alcunchè e basta e certo non si preoccupa di dare un senso alle terminologie, pesantissime, che usa. Che purtroppo in alcuni casi diventeranno legge, e di lì a poco, vita quotidiana.

Citazioni usate a casaccio, vocaboli inventati su due piedi, issati nell’olimpo del trionfale e seppelliti nell’arco di una giornata.

Un atto che a me arriva come pretestuoso: tutto purchè sia parlare di sè, sfoggiare la propria imprescindibile idea, realizzare un circo mediatico intorno all’evento. E nessuno che si soffermi sulla parola vera e propria, che non mi dà niente in più, ma mi lascia la sgradevole sensazione di togliere piuttosto qualcosa. Non intravedo gioco, nè poesia, non tentativo artistico di creare un mondo, non sovvertimento. Eppure bisogna parlarne, accapigliarsi, farne programmi e ordine del giorno, sentirsi persino a disagio perchè a te l’intera faccenda ha fatto venire soltanto tristezza.

E a chiosa di tutto, la dipartita di Umberto Eco, un atto finale che si copre di quella stessa amabile dissacrante ironia che solo lui avrebbe saputo. Un po’ come un nonno stanco che si rivolge a dei nipotini tremendi, cocciuti all’inverosimile e che con affettuosa intransigenza se ne va lasciando ad altri il gravoso compito di amarli ed occuparsene.

Il futuro, senza aggettivi e senza orpelli come lo vuole il titolo del libro di Augè si presenta oscuro e lo sappiamo bene. La disanima che fa è di ampio respiro e tocca ciascuno dei nodi della nostra civiltà, da quello economico a quello ecologico: eppure al netto di tutto, in questo predominio assoluto di tecnologia e comunicazione, rimaniamo nient’altro che un’epoca delle chiacchiere, come l’autore la definisce.

Naturalmente vi consiglio il libro che andrebbe letto e basta: per sua natura è una di quelle opere che ad ogni citazione, e sarebbero tantissime, rischia di perdere un po’ di potenza. A ciascuno la sua ancora di salvezza, la sua giornata in più da regalarsi, un rituale benedetto a cui aggrapparsi. Anche una buona parola, e la somma di queste, tra le tante sbagliate, che ci restituisce senso.

Abbiamo il diritto, insomma, di rimanere liberi di osservare, di giudicare e di non fidarci delle parole di cui ci impongono l’uso.

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Se vuoi acquistare il libro:

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Marc Augè – FUTURO

 

 

 

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