Perdendo la strada

Un’amica, lettrice piuttosto fedele del mio blog, mi confida di trovare spesso spunti interessanti attraverso i post che scrivo, di sentirsi invogliata a riflettere sulle questioni che tento di affrontare, addirittura di riuscire a viaggiare per qualche attimo in uno spazio di piacevole distrazione. Ma, c’è un ma. Il mio blog non parla di me, lei sostiene, non mi racconta, se non di strascico, non mi svela.

Aprire un blog che non parla dell’autrice-autore è un po’ come avere un garage enorme senza una macchina, come un armadio a quattro stagioni riempito con un paio di capi e un infradito. Il guaio è che non posso darle torto, anche se non è del tutto preciso sostenere che io non racconto di me; certo non lo faccio in maniera approfondita o articolata, non attraverso una narrazione puntuale e ampia.

Per me è più un lasciar uscire di tanto in tanto qualche elemento, qualche rivelazione tra le righe, qualche mezzo sfogo tra il materiale ben più interessante che mi sembra importante sviscerare. Un po’ è la natura del blog per come l’avevo immaginato, un po’ è quel tipo di lavoro che si compie facendolo: è la parola che esce mentre la scrivi, come un verso di poesia che si definisce solo mettendolo giù.

Però voglio rimediare almeno in parte a questa incompletezza: da tempo in effetti mi soffermo a riflettere sulla questione e più di un anno e mezzo di vita sono sufficienti come incubazione a certo faticoso svelamento.

Lo spunto giusto mi arriva da quello che chiamerò un lettore del mio libro di poesie che mi domanda il perché di tanta presenza dell’elemento strada tra le pagine e i versi. Attimo di profonda riflessione. Lì per lì rimango interdetta: è una specificità su cui nessuno mi aveva spinta a riflettere in maniera così diretta; molto banalmente è una domanda che nessuno mi aveva ancora rivolto. Le inconsapevoli mosse della poesia.

Io che ero rimasta all’elemento mare, convinta che fosse molto più evidente, diffuso, lampante nella mia poesia. Che lì, in lui, fosse anche più facile perdersi e ritemprarsi, come lo era per me. Con tutto quel sale, quante ferite si possono curare, con quelle onde eterne, una culla per la malinconia per chiunque ne senta il bisogno.

Dunque del mare parlerò una prossima volta.  Sono ancora stupita per la strada.

bridge-to-nowhere

Ebbene, la strada è tutto quello che c’è, la strada come cantava quel geniaccio di Gaber “è l’unica salvezza, bisogna ritornare sulla strada per conoscere chi siamo”, la strada è quanto ho sentito fisicamente sotto i piedi, che mi sono permessa di dare per scontato, che ho saputo ci sarebbe stata quando tutti gli altri ingranaggi stavano cedendo.

Se fossi caduta da quel ponte tibetano, scivolata su quel passo incerto, se fossi stata investita da un passante sopraffatto dal proprio dolore, e se mi fossi salvata, ero certa che lo avrei fatto sulla strada. Ammaccata ma lì raccolta, assicurata su un supporto eterno. Come si può eliminare la strada?

Poi la strada è un’ascoltatrice instancabile, e io una camminatrice a tratti compulsiva. Non so quante sere improvviso una spazzatura o una raccolta differenziata ben oltre la mezzanotte per andare a fare due passi, per calcarla ancora qualche attimo, e giro e rigiro l’isolato almeno tre volte, se non sono riuscita a soddisfarmi con tutto l’andare della giornata. Con lei sempre lì, giusta, armonica, silenziosa, come chi sa cosa fare e quando e lo fa. Oppure no.

Eppure la strada è anche una suggeritrice formidabile, una via di mezzo tra un amante che ti sussurra parole all’orecchio e una sorella, è quella presenza discreta per cui, nella mia orsaggine, a volte proprio non trovo eguali. E’ il silenzio nella raffica dei miei pensieri ed è il termine giusto quando un certo silenzio sta per uccidermi. E’ un incitamento all’immagine senza mezzi termini.

Poi la strada sa essere retta ma anche no: spesso è un insieme di curve, insenature, slarghi, avvicinamenti. E’ come se sapesse di dover essere parallela a tante altre come lei ma come se non potesse farcela: è il rammentarmi di tutto quello che ho intorno e che devo andare a vedere, toccare, annusare, di cui devo prendere una porzioncina di terra. Da terra, piegata, appoggiata sulle ginocchia, tanto per riposarmi come per puntellarmi e farmi forza per il prossimo tratto.

La strada c’è sempre, c’è ovunque, anche quando non la vedo, quando non è tratteggiata, definita, lastricata: è di montagna o di pianura, è un sentiero, un rivolo di terra che si sfoga chissà dove. A lasciar andare ogni storia ascoltata, quelle marce senza posa compiute sul suo petto.

Lei in certi momenti è quanto di più distante ci sia dalla casa, ed è assolutamente essenziale che sia così: da quei muri insopportabili e soffocanti, dall’ordinarietà dei ritmi che racchiude, da tutti gli specchi di cui è riempita, materiali o umani.

Più di tutto però credo perchè la strada sia stata l’unica in grado di farmi capire, provandoci ancora di giorno in giorno, l’essenzialità del perdermi e riperdermi per poi ritrovarmi o anche no, di rimanere persa e basta. Ed è inebriante, è la potenza dello sconosciuto che mi travolge. E’ qualcosa che non posso fare altrove, nemmeno al mare dove per non annegare devo restare vigile, improvvisare una competenza, annaspare e nuotare.

Ecco, mio caro lettore, in fondo non saprei dire perchè c’è così tanta strada nei miei versi: è tutto qui, forse non ho altri motivi al di là di questi. Allora provo a chiederlo alla diretta interessata, come faccio a volte con una poesia, che la scrivo e dopo, più tardi, è lei a rispondermi, dandomi e dandosi il senso.

E lo faccio, poichè oggi in quanto a confidenze sono stata generosa, e sempre per la natura di questo blog, aiutandomi con il già citato meraviglioso Giorgio Gaber e questa sua perla.

 

 

 

 

 

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2 thoughts on “Perdendo la strada

  1. Non ti leggo da molto, e non sono dunque in grado di dire quanto ci sia di te in questo blog, quanto poco o molto tu sveli della tua persona…certo è che in questo post, descrivendo cosa rappresenti per te la strada ci hai regalato uno spaccato di te e del tuo pensiero emozionante 🙂 ti ho immaginata oltre la mezzanotte a percorrere ancora un pezzo di strada per concludere la giornata …le pattumiere improvvise sono una salvezza universale!

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