P.S. (pronto soccorso) in poesia

Un attimo di debolezza, di leggero mancamento; la voglia ed il bisogno di sdraiarsi. I normali valori di pressione, battito cardiaco, temperatura corporea sballati. La sensazione di non volerci essere, di sparire a se stessi e agli altri. Una semplice, consueta morte quotidiana persi dietro ad un amore sofferto, ad un lavoro frustrante, a continui e numerosi meccanismi incomprensibili ed incompresi.

Una persona in soccorso, non china a sottolineare la subordinazione a cui ci costringe, almeno fisicamente, lo stare male. Piuttosto seduta accanto, in atteggiamento di amorevole ascolto, fuori il frastuono ed il giudizio, qui, dentro questo spazio speciale e prediletto, nessuna flebo o siringa ma semplicemente attenzione, sorrisi, dolcezza. E tanta poesia. Costruita dall’unicità del momento ma anche da veri e propri versi, stampati su fogli, declamati a seguire.

Si tratta di un pronto soccorso poetico, letteralmente ed è così all’incirca che me lo immagino mentre al contempo mi figuro la sensazione di cosa potrebbero smuovere una persona ed un impegno simili, accorsi alla tua chiamata di aiuto, capaci di districare i misteri di uno spirito tormentato o di provarci sul serio.

Pare un racconto d’altri tempi o più di tutto un’invenzione bella e buona ma non lo è: c’è una protagonista in carne ed ossa, ed è l’ideatrice di questo progetto e risponde al nome di Deborah Alma. Che sarà pure inglese ma con un cognome che in spagnolo significa “anima” e allora mi si amplificano all’istante le suggestioni e il cuore si scalda quel tanto in più.

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Questa valorosa di anima e cuore ha deciso di mettere in piedi un attività con cui soccorrere i suoi disparati e disperati pazienti a suon di poesia, su un’autolettiga degli anni ’70 comprata su ebay a bordo della quale viaggia la Gran Bretagna per donare ristoro e supporto alle più variegate ed inguaribili urgenze.

Che stanno tutte più o meno incasellate alla cartella clinica cuore, ma non tanto come organo vitale che ci pulsa sangue e battiti quanto come scrigno di sentimenti ed angosce spesso senza risposta. Che spesso sulla barella su cui si sdraieranno scoprirà fanno rima con solitudine, abbandono, incomprensione, disperazione.

La notizia mi è già rimbalzata all’occhio in più occasioni tra qualche settimana ed un paio di mesi fa e rileggendone mi sono ricordata della prima volta che ho sentito parlare di un progetto simile. Era lo scorso inverno quando chiacchierando con un amico, questi mi raccontò dell’esistenza di una sorta di pronto soccorso poetico al confine tra magia e quotidiano, realizzato da una ragazza che se non ricordo male in quel caso in Francia forniva un servizio pressochè analogo a domicilio del paziente di turno, previa telefonata di contatto e prima comunicazione.

Naturalmente l’idea mi piacque subito, forse perchè ricordo mi aveva fatto sentire molto adeguata, anche fosse con me stessa solamente, e con quel mondo singolare e un tantino accidentato che chi fa poesia bene o male tenta sempre di costruire. Ma di cui non è per nulla facile parlare liberamente tra una birra e un caffè, come si parla di tutt’altre imprese. E sempre meno, più ti addentri nel viverlo e personalizzarlo.

Quasi che nella pesantezza del quotidiano, un lavoro di questo tipo fosse una vergogna, una stupidaggine. Quasi che questo non dovesse essere IL lavoro per antonomasia. Da fare con noi stessi e con gli altri. Con tutti i problemi che ci sono da risolvere! Guai a mollare la presa dal brutto, dal rischio frana, dall’elenco al negativo. E appunto, proprio per questo mi dico io, se potessimo partire da qui una buona volta. Dalla potenzialità, dalla fiducia, dalla poesia. E ben ci riesce Deborah Alma, anche coadiuvata dal marito, che sembra aver colto nel segno e il cui elenco di richieste si allunga di giorno in giorno e di vita in vita.

La sua storia si può facilmente trovare sul web, e certo vale una attenta lettura e rilettura. Io qui per ora mi premunisco di lanciare un appello: a tutti noi poeti del vivere, possiamo immaginare che impatto potrebbe avere un approccio del genere nelle nostre giornate? Sei giù? Ti senti solo, triste, tradito, depresso? Benone, una bella pillolina di Hikmet, o Garcia Lorca o Neruda o Bergonzoni o Szymborszka o tanti altri non te la leva nessuno. Prima e dopo i pasti, appena sveglio e dopo il secondo sbadiglio, all’alba o al tramonto, per grandi e piccini. Anche medi va bene.

Controindicazioni: cinismo, vittimismo, qualunquismo, scetticismo della domenica mattina, fancazzismo all’ultimo grido, distrazione di massa. Da assumersi smodatamente e anche previo scambio della materia prima tra pazienti, impazienti ed inguaribili, quelli sì, amanti della vita.

Provare per credere. Anzi credere e poi provare. Per chi non è avvezzo alle meraviglie di poesia e letteratura basta un poco di zucchero e la pillola va giù. Se ci serve una spinta scriviamoci, parliamoci, condividiamo le ricette, facciamo cadere libri sul pavimento e per sbaglio leggiamoli dove restano aperti. Organizziamoci un intimo reading sussurrato all’orecchio o qualcosa di più rumoroso ed affollato. Sono certa che le tante Deborah Alma del pianeta ne sarebbero felici, e prima o poi magari finisce che ci si incontra da qualche parte a farlo insieme.

In fondo anche quellocheVale nasce come prontuario di poesia, come il sottotitolo rivela. Mi sento più che adeguata in questo momento, mi sento a casa.

Allora va bene, inizio io: somministrerò come pillola del giorno questa che ho trovato in fondo ad uno degli articoli sul pronto soccorso. Il sapore non è definito ma dolcissimo, con un inconfondibile retrogusto di ricordo e nostalgia. La assaggio prima solamente e poi la mando giù: mi sembra di conoscerla molto bene. Buon sollievo.

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AMORE DOPO AMORE

Tempo verrà

in cui, con esultanza,

saluterai te stesso arrivato

alla tua porta, nel tuo proprio specchio,

e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro

e dirà: Siedi qui. Mangia.

Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.

Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore

a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la tua vita, che hai ignorato

per un altro e che ti sa a memoria.

Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,

sbuccia via dallo specchio la tua immagine.

Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

(Derek WalcottMappa del nuovo mondo )

 

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Derek Walcott – MAPPA DEL NUOVO MONDO

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