L’otto tutti i giorni

L’esercizio di oggi consiste nel farmi largo tra un articolo e l’altro, un’analisi psico-sociologica e l’altra, passando per il post della blogger-opinionista di grido cercando lumi e conforto. E’ per via della nostra festa, naturalmente. Perchè parlarne ancora? Perchè farlo oggi? Perchè anche io? E’un po’ come darsi la zappa sui piedi, diciamolo; come quando si rischia di morire di troppa democrazia ed oggi di un eccesso di femminismo. Non sempre ne avremmo bisogno e di sicuro non in ogni circostanza.

Ormai anche per questa ricorrenza gli schieramenti sembrano dividersi grosso modo in due: da una parte quello composto da chi, donna o uomo, vuole ricordarlo e celebrarlo a tutti i costi e dall’altra quello di chi realizza di anno in anno, di otto in otto, che tutto questo impellente femminismo manifestato oggi senza mezzi termini, in realtà sia più dannoso che benefico. Per noi donne naturalmente.

Le motivazioni sono chiare, già ampiamente sviscerate, a questo punto direi ovvie e non starò qui a ripeterle e a ragionarci sopra. Io comunque, a scanso di equivoci e per onestà vi informo che appartengo al secondo gruppo. Non certo perchè non ami manifestare il mio dissenso, quando serve, quando credo potrebbe essere costruttivo, un valore e una voce aggiuntive per una forza più grande; non perchè non mi intenerisca e mi faccia incazzare da morire la lettura dell’ennesima storia di violenza, casalinga, famigliare o meno, perpetrata su una donna.

Non perchè io stessa non sia una femminista, giammai; non per tanti altri motivi, sani e giusti e doverosi, che sento mi accomunano al gruppo delle mie pari. Non, da ultimo, perchè non ami le mimose: le amo, e più ancora altri generi di fiori che se belli diventano adorabili quando regalati senza un perchè, senza il bisogno di una ricorrenza, senza spiegazione.

Dobbiamo spiegarci il perchè della necessità di rispetto e tutela e amore verso noi donne? Veramente? Che poi, fresche di ritorno dalla piazza, quando vogliono farci un autentico complimento, con tanto di pacca per aver raggiunto anche oggi i nostri traguardi, il massimo che sanno tributarci, ed in coro noi a noi medesime: che donna cazzuta, una vera femmina con le palle, qui il vero uomo è lei. Ottimo, bel riconoscimento, una doppia beffa che la lingua, puntuale strumento rivelatore di una cultura nel suo insieme, ci ricorda.

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Il problema è come sempre anche nostro, almeno per una parte, forse quella più rilevante. A me pare che noi donne, allenate alla fatica, abituate alle scalate, drogate di sacrificio, provate dall’eterna sfida senza uscita del rapporto con l’altro sesso, siamo martiri per vocazione, palestre di esercizio all’incomunicabilità.

Nelle nostre storie umane si sono avvicendati nonni, padri, fratelli, amici, amori, partner, figli quando non varie di queste pur insostituibili figure che con le loro di vicende, uniche ed inimitabili, mescolate alle nostre, hanno fatto danni irreparabili, se non altro indirizzandoci ed educandoci perfettamente al lavoro, al travaglio, al diventare campionesse olimpiche del difficile.

Dunque siamo cresciute, per giunta ispirandoci di volta in volta alle più cazzute di ciascuna dei vari gruppi, già a loro volta pluri-istruite e danneggiate, vedi madri, nonne, sorelle, eccetera, con l’idea instillata nel sangue e nel dna che il senso della nostra vita, anzi proprio la mission in certi casi, sia il sacrificio. Ed ogni piccola, grande o enorme conquista debba misurarsi su questo parametro. Sennò non se ne fa nulla, si riparte dal via.

Paladine della causa, non si può dire quale ma sappiamo che ce n’è sempre almeno una o più disponibile, ne facciamo seguire delle adeguate conseguenze: quando rimaniamo sprovviste ci tocca procurarcelo subito, ricrearcelo, assicurarci che questo ingrediente del sacrificio non manchi mai. Il rischio è quello di diventare bravissime a farci male con le nostre care mani multitasking. Lo chiamerò masochismo, che è un assai brutta parola ma giusto per capirci.

E via a puntellare il calendario di date in cui doverci ricordare che siamo esseri dotati di una dirompente meraviglia, di una vocazione alla rinascita insopprimibile. Da qui a sua volta, il la per un subdolo circolo vizioso che ci garantisca tante altre battaglie nella battaglia, come se già la vita di suo, semplicemente, non ci regalasse una nutrita dose di dolorosi grattacapi.

Esaurita questa parte, doverosa ed antipatica, che per chi fosse interessato ad approfondire si può prolungare nella modalità quattro chiacchiere e calice di vino, per rispetto al web e per evitare intasamenti alla casella proprio chiunque ha detto la sua, passerò alla seconda parte di questo post, quella poetico-simbolica.

L’otto che oggi è protagonista è anche simbolo di infinito, dunque previsione di importanza, autorevolezza, magia. Un sostantivo che è allo stesso tempo aggettivo, persino profezia a volerlo, accurato, semplice, adeguato per l’universo femminile; appunto molto più poetico di altri già citati o urlati.

Inoltre questo stesso otto, esplicitato in lettere si presta magnificamente ad un bel gioco di parole. Chiunque abbia un’anima un minimo social l’avrà di certo individuato o utilizzato: lotto per me, lotto per te, lotto ieri, oggi, domani e sempre. Un terno al lotto di sfide insomma.

Non paga, ho infine ideato persino una terza parte del post, quella in cui ahimè mi tocca essere solo seria ma ne sono anche contenta perchè ho individuato chi sia la mia donna di cui parlare oggi, che in realtà sono due. La prima è l’autrice di un libro, la seconda la protagonista dello stesso.

Inizio dunque dall’autrice, Fiorenza Barbero, patentino da giornalista pubblicista che le apre la strada ad un lavoro che svolge con passione accanto all’altro, a tempo pieno, all’interno di un ente pubblico. Nonchè amica e compaesana. Impegnate in vite differenti ed in città ormai diverse, riusciamo ad incontrarci sempre a gran fatica. La celebre fatica, che è stata anche quella comune della pubblicazione di un libro, di generi differenti ma con analogo autentico trasporto per la causa. La celebre causa.

Fiorenza qualche anno fa decide di scrivere un libro sulla vita e la figura di Marisa Bellisario, classe 1935, originaria di Ceva, considerata la prima top manager italiana, che iniziò la sua carriera nell’Olivetti, come analista programmatrice al principio, ritornandoci poi come responsabile della Direzione Pianificazione Operativa. La stessa, nel 1979 diventerà Presidente della “Olivetti Corporation of America”, per approdare due anni dopo in Italia alla dirigenza della Italtel, la cui aspra crisi e difficoltà interna, anche in questo caso avrebbe ripianato.

L’idea di citare qui Marisa Bellisario, donna dalle doti imprenditoriali ineguagliate in Italia e non solo, partita dalla provincia per ascendere ai più alti livelli della dirigenza aziendale, mi sorge da uno scambio di battute con Fiorenza che mi avverte come la prima top manager italiana non sia mai stata quella che può definirsi una femminista. Non tout court per lo meno, non del tipo a cui saremmo portate a pensare riferendoci al termine.

Severa con se stessa e con chiunque fra i suoi collaboratori, lavoratrice infaticabile e puntigliosa, dotata di una determinazione e talento eccezionali, Marisa è riuscita in un’impresa unica nel suo genere: ottenere la guida di una grande azienda nazionale senza aiuti di sorta e senza averla ricevuta in eredità famigliare, facendosi largo a suon di successi e di scelte tanto coraggiose quanto rischiose ed anticonformiste, specie in anni di pressochè assoluta predominanza maschile.

Il ritratto che riesce a darne Fiorenza è del tutto autentico e stimolante, molto onesto e caratterizzato. Un bel tributo alla protagonista e per antonomasia, a tante donne coraggiose, capaci di sollevare un rumore assordante con le proprie azioni e grazie ai sogni che ne stanno alla base.

Un libro come questo, in una giornata come oggi, sa rendersi più meritevole che mai e perciò utile per chiunque voglia dimostrarsi realmente attento al tema: dall’autrice alla protagonista, dalla collana di cui fa parte alla stessa casa editrice, le sue pagine sono la dimostrazione concreta di quanto il concetto di femmina e donna sia più indispensabile, e insieme più forte, di qualunque altra derivazione.

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“Alla donna, manca il diritto alla mediocrità. Arriva a occupare posti importanti sul lavoro solo se è bravissima; quando ci saranno anche le mediocri, come avviene per gli uomini, vorrà dire che esiste la parità. Occorre dunque dimostrare che a uguali opportunità corrispondono uguali meriti.”

 

 

 

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Copertina del libro Marisa la prima top manager italiana

Fiorenza Barbero – MARISA LA PRIMA TOP MANAGER ITALIANA

 

 

 

 

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