Ricordarmi di me. Abbozzo.

Questo è il tempo di una certa stagione, non più mezza, non ancora intera: non ben chiarita nella sua essenza. Mi sporgo, appena fuori sul balcone e mi sembra di non capire nulla di quale sia la situazione, non ci sono suggerimenti, a ben poco servono gli accorgimenti, su come ripararmi, in esterno. Perciò nessuna certezza, compostezza dello svolgersi, pulizia di un processo. E’ sole, pioggia, tuono, baleno, freddo, caldo, umidità tutto insieme, in un arco piuttosto impercettibile.

Dentro, lì dentro poi è così, lo stesso: caos primordiale prima della creazione perfetta. E mi faccio forza perchè penso a chissà cosa ne verrà fuori e dunque sono anch’io un microcosmo di meraviglia, riflesso del macrocosmo, proprio qui con le mie insondabili domande ferree, macigni ossei, grumo enorme di interrogazioni latenti.

Non è il tempo delle mele, posto che il tempo delle mele fosse un’epoca di bellezza semplice, ingenuità non dolente, un piano inclinato in cui tutto scende facile, liscio come l’olio. Dove butti pensieri contorti e ti si sfanno quando ancora stanno a mezz’aria e sfiorato il piano già ogni molecola è predisposta ad una risoluzione, una discesa che è pure ascensione.

Questo è piuttosto il tempo dove non ci sono piani, nè inclinati, nè storti e nemmeno ben riusciti, al primo colpo, che un attimo dopo sono già guizzo ricomposto in azione. No. Qui è pesante, plumbea attesa di non so cosa ma è ricca l’attesa, è senso l’attesa.

E poi, c’è di più: da non credersi ma tutta questa dimensione, si traduce, si ripete, si prolunga e replica in un processo quotidiano, macchinoso, qualche volta irriverente ma pur sempre quotidiano. Così che tutto ciò diventa il tempo in cui le unghie mi si rompono ad ogni sospiro, gli oggetti in casa trasudano una loro malignità, come una piccola organizzazione a delinquere alle mie spalle. E il sifone del lavandino gocciola da una serie di giorni che assomigliano all’eternità, le cose insignificanti si rompono, come a rivendicare una loro precisa presenza casalinga.

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E quello che non si rompe mi sfugge inderogabilmente dalle mani, mi cade ovunque, mi circonda alla maniera di una piccola nuova fortezza. Poi scivolo sul tappeto che si è fatto misteriosamente vischioso sotto i miei piedi, non cado quasi mai ma resto in quel bilico indefinibile tra lo schianto e la disinvoltura che mi riporta ad innumerevoli altri inconsulti atteggiamenti fisici a seguire.

C’è come una impercettibile ma resistente ostilità che aleggia nel mio spazio vitale casalingo, tanti minuti gremlins di energie da raddrizzare che sghignazzano ostili alle mie spalle.

I quadri poi sono inspiegabilmente storti, di quello storto non normale, consueto, come ti capita nella sala d’aspetto del dentista o nel corridoio di casa di un tuo amico dove sempre ti pare che un quadro sia da ritoccare in equilibrio e allora ti avvicini e con il dito provvedi in una furtiva operazione, secca e precisa.

No, qui i quadri sembrano piuttosto affetti da una cronica stortura al che io reclino di un po’ il capo per stare in assetto guardandoli e mi viene da dubitare che sia il muro intero ad essere storto, l’edificio tutto in cui ho vissuto, credevo, piuttosto salda fino ad ora. Addirittura il quartiere, forse la città e oltre.

E allora passo a ricercare conforto nelle fotografie ma non quelle già appese bensì alle nuove, le prossime a cui toccherà la sorte, come conseguenza dell’ultima pulizia di primavera, o altra stagione a piacimento. Come la recente ripulita disperata ma minuziosa agli anfratti della casa: quell’unico armadio dove ripongo la roba da vestire, la nicchia in camera da letto e quell’altra in cucina, il baule nel corridoio, lo sgabuzzino sopra il bagno.

E io che pure mi fregio di essere essenziale, non accumulo strati di oggetti, sono insofferente allo shopping, patisco il consumo come una febbre, percepisco questo mio spazio casalingo come sempre un po’ troppo pieno, una micro tacca sopra l’asticella del tollerabile. E allora ripulisco, elimino, rinegozio gli angoli, rivedo le collocazioni, getto e rigetto, salvando naturalmente con una mia religiosità le lettere, le cartoline, gli auguri, gli abbozzi sul frigo, il memorandum di quella sera, gli indizi di ispirazione, enormi testamenti di una creatività indefinibile ma risoluta, carnale.

Le foto fuoriuscite da questo ennesimo processo di sistemazione sono come i cocci di un’esplosione incontrollata, sono il frantumato che finisce sul muro, sono la parte di me salvata da questa valanga di passato e presente fusi insieme, insidiosi e simpatici come un calcio negli stinchi. Ne prendo una in mano, che è un seppia autentico, senza filtri e fronzoli, mi sovviene allora quanto instagram sia molto più giovane di me. Ecco che la scritta dietro reca come data agosto 1980. Avevo dunque sei mesi, ero con la mia famiglia in gita al fiume, siamo belli da far schiantare il cuore, sembriamo abitanti di una dimensione non ancora scoperta, pronti, compatti per il futuro che sarebbe venuto. Soprattutto inconsapevoli. E saranno gli anni seguenti, di molto seguenti, a rappresentarmi il valore immenso di una simile inconsapevolezza.

Altro chiodo, altra corsa. Un altro quadretto appeso, un altro puntello di me, un ricordo – per fortuna – insanabile, una storta perfezione a rammentarmi la via.

In questa mia cara dimora che amo come si ama una tettoia apparsa all’improvviso durante la grandine, c’è persino un sontuoso esterno, adorabile snello e lungo balcone che ogni tanto mi fa da filtro all’urto urbano composto di urla, litigi, rumori, pianti, ristrutturazioni, rotture ma più spesso semplicemente restando se stesso è come l’appendice dell’altro mondo, come una piccola succursale di salvezza.

E qui ci ho organizzato anche una porzione di orto-balcone, che di sole ne arriva tanto qui, malgrado la quattro-stagionalità radunata in un unico mese e soprattutto in questo modo nella mia casa coabitano altre piccole creature che respirano, crescono, palpitano e faticano anch’esse, affondate nel loro terreno, da cui traggono a contempo ogni linfa vitale.

Oggi è così e non so come sarà dopo, mi piace pensare che sarà sempre meglio, prima o poi veramente meglio, finalmente altro, una dimensione nuova, ricostruita, sconosciuta. Ed è essa soprattutto la fase che più delle precedenti, più di tutte assomiglia alla resa e non so, forse per questo mi dimentico spesso le cose, mi sfuggono dalla memoria: a volte le afferro per la coda mentre ancora le sto pensando, altre non rimangono, ho solo il sentore di averle pensate.

Allora si moltiplicano gli appunti in casa, le scritte, le mezze frasi, i versi corsari. Sto scrivendo, tanta poesia soprattutto ed è come uno zampillare di vita, continua, gracile ma implacabile: qualcosa non mi piace mentre qualcosa salvo, conservo e rimaneggio.

E’ così oggi e non so come sarà dopo ma so per certo che sarà fondamentale che io mi ricordi di me, di cosa ha significato ogni passo, di essere passata di qui. Di esserci stata con stanchezza e coraggio. Forte come queste mie piantine nel vaso.

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