Ogni maledetta domenica

Questi ripetuti riferimenti a Leopardi non erano pianificati. E’ che mi sono ricordata di colpo di quanto io sia leopardiana rispetto alla domenica. Mi ha sempre fatto un po’ soffrire questo giorno: concentrazione di malinconia, alto tasso di grigiore. Il sabato è già troppo lontano, il lunedì assai vicino. Lo so, lui l’ha detto molto meglio ne il sabato del villaggio però il senso in fondo era lo stesso.

Il focolare, il domestico ritrovarsi, il caldo d’inverno e il fresco d’estate, le voci di cui hai bisogno e il silenzio che rigenera. Chi non si sente o vorrebbe sentirsi così? Mi ricordano una breve illusione in nome di una grande fregatura. Si può dire?

Beh c’è chi ha usato termini anche più forti, e risponde al nome di Prévert; qualcosa in più gli è concesso. Se dico Prévert l’associazione più normale potrebbe essere poesie d’amore. E ci siamo. Anche se certo, si tratta di un altro tipo di amore. Per il proprio tempo, per la libertà di usarlo come si vuole, per la creatività del vivere. E infatti il titolo della raccolta italiana in cui la poesia che riporto è inserita, Poesie d’amore e libertà, da solo già la dice lunga.

Forse è più semplice parlare di quello tout court allora. Eppure la poesia e l’arte in generale servono proprio a questo. A ricordarci di cosa siamo fatti. Della stessa sostanza dei sogni ha detto un altro sommo scrittore e sognatore. E dicevo rileggendo questi versi mi sono ritrovata, in un certa epoca di me e in un’altra oggi. Innumerevoli domande retoriche rivolte non si sa a chi, al sistema forse, come a quel sole fa Prévert e come Leopardi si rivolgeva alla luna per trovare un senso all’incomprensibile vivere. La strisciante sensazione che i momenti di bilancio e raccolta “a tutti i costi” non aiutino più di tanto a capire dove si sta andando.

Come l’impressione che nella separazione ostinata tra bello e brutto, giorno e notte, giusto e sbagliato, lavoro e vacanza, serietà e leggerezza ci sia qualcosa che non torna. Ci sono in fondo più popolazioni che non identificano i giorni di festa da quelli di lavoro; ricordo all’università di aver studiato dell’esistenza di una (o forse di più??) tribù in cui le persone assolvono ai propri doveri…. cantando.

La modernità del componimento è tutta qui: nel suggerire quale non senso ci sia talvolta nelle cose a cui più diamo senso. E tempo, e vita in definitiva. Le parole sono semplici ed irriverenti, a me hanno fatto sorridere e riflettere. C’è in questi versi tutta la cifra della poesia di Prevért: nella polemica sottile, nel rifiuto della convenzione, nel farsi voce dei più semplici.

Dopo il sabato del villaggio e la domenica che trascorre con fatica, una poesia che vorrei definire del lunedì: geniale e più che mai utile, potrebbe sembrare senza speranza invece ne dà tanta. In quella sua consapevolezza, nei colori e le immagini.

Scusate l’intrusione. Ora vado a cercare più informazioni su quella tribù. E buona domenica.

110H

LE TEMPS PERDU

Devant la porte de l’usine
le travailleur soudain s’arrête
le beau temps l’a tiré par la veste
et comme il se retourne
et regarde le soleil
tout rouge tout rond
souriant dans son ciel de plomb
il cligne de l’oeil
familièrement
Dis donc camarade Soleil
tu ne trouves pas
que c´est plutôt con
de donner une journée pareille
à un patron ?

IL TEMPO PERDUTO
Sulla porta dell’officina
d’improvviso si ferma l’operaio
la bella giornata per la giacca l’ha tirato
e come volge lo sguardo
per osservare il sole
così rosso così tondo
sorridente nel suo cielo di piombo
gli fa l’occhiolino
familiarmente
Dimmi dunque compagno Sole
davvero non ti sembra
che sia un po’ da coglione
regalare una giornata come questa
ad un padrone?

(Jacques Prévert – Le temps perdu – Paroles)

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