Primedonne ed ultimi uomini

Dopo oggi qualcuno penserà che il mio blog abbia ormai preso una deriva inaspettata, tra sesso, droga e rock’n roll. A parte che non ci vedrei nulla di male. Quanta poesia può esserci persino qui. A parte poi soprattutto che il blog è una creatura che vive di vita propria e alcuni dei miei colleghi blogger sono certa me lo confermerebbero; una volta che hai commesso la leggerezza di aprirlo, lui inizia a scavarti, ad incasinarti le giornate già non propriamente tranquille, ad interrogarti con insistenza, ad impedirti di camminare con serenità tra le bancarelle e gli scaffali di una libreria. E se poi questo libro interessasse a qualcuno? Se questa poesia fosse la migliore mai scritta? E così via. E ogni elemento può diventare uno spunto, ogni foglia che cade avrà per forza un significato recondito. Quel tramonto oggi mi pare di una tonalità di rosso mai vista. Foto, post, versi scarabocchiati, letti e scritti, nottate che si allungano.

Non solo, da lì in avanti tocca confrontarsi con terminologie nuove ed inquietanti come branding che fino a ieri credevi fosse l’arte di bere quanti più amari senza ubriacarti. Oggi no, oggi sai che significa che anche il tuo blog ha un suo carattere, una sua personalità, non può essere quel solito uno fra un milione e il compito di amarlo, crescerlo, distinguerlo spetta ovviamente a te. Sua sprovveduta genitrice.

Tutto ciò lo dico per raccontarvi del mio recente incontro con un libro dal sapore pregnante. Come certi vini invecchiati che ti restano in bocca per un bel po’ dopo averli assaggiati. La copertina è assai liscia per un contenuto quanto mai ruvido. Quando ho letto chi fosse l’autrice ho subito pensato ad uno pseudonimo. Con quel nome lì, da primadonna, nel senso letterale, di prima fra tutte le donne, su un titolo simile. Che dal canto suo invece è teatrale, ovviamente, e nel giro di poco se ne comprende il perchè. Eve Ensler. Che no, non è uno pseudonimo. E “I monologhi della vagina”. Che no, non è un libro di dozzinale tematica erotica.

Insomma lo compro, dopo una rapida scorsa alla quarta di copertina dove la dicitura “poetessa” nella descrizione della scrittrice mi solleva un po’dal sottile senso di disagio per voler leggere un libro simile. Oggi sono ben contenta di averlo fatto e consiglio come sempre a chi ne sia interessato, di fare altrettanto. Donne naturalmente e uomini assolutamente. L’argomento è molto molto serio e per lo più serioso. Era ancora sullo scaffale e mi sono messa a sfogliarne le pagine con febbrile curiosità, cercando vene di ironia, striature di risate. E nulla. Eccezion fatta per certi titoli di paragrafi qua e là, Il club della vulva, La cosina liberata, ed altri che fanno da contraltare ad alcuni dal sentore decisamente meno piacevole. E più tardi, durante la lettura, mi hanno permesso di riprendere un po’ il fiato tra paragrafi e passaggi di inaudita durezza e scarna poesia.

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“I monologhi della vagina” è una raccolta di racconti pubblicata in seguito alla messa in scena, al suo debutto a New York nel 1996 e via via con enorme successo, dell’omonimo spettacolo teatrale da Eve Ensler, drammaturga, sceneggiatrice, regista e appunto poetessa. E’ nel tempo diventato molto di più: una speranza, un progetto, un sogno vero e proprio che è quello di dare vita ad un movimento su scala planetaria, poi creato, che aiuti a prendere consapevolezza della violenza e della sofferenza a cui sono sottoposte tutt’oggi milioni di donne e bambine in ogni parte del mondo. Che sia una voce nuova nella loro lotta verso l’emancipazione e la libertà. Un insieme di strumenti tangibili verso una prospettiva di parità e rispetto.

Suona forte, un po’ illusorio purtroppo. E allora tocca passare subito alla lettura di alcuni di questi racconti per realizzare cosa sia stato realmente forte in certe vite raccontate qui, dove la stessa definizione di protagoniste stride con la narrazione, che fotografa realtà di completa sottomissione. Alcune delle donne vittime di queste vicende non hanno potuto diventare protagoniste delle proprie esistenze ma soltanto spettatrici, segnate per sempre dagli abusi subiti.

La prima di tutte a suo tempo è stata proprio l’autrice, una primadonna a tutti gli effetti, e sottilmente in realtà io l’avevo auspicato: solo una persona che è passata attraverso determinate esperienze può avere l’ardire e la lucidità di farsi portavoce di quella sofferenza indicibile ma diffusa. Solo lei può arrivare a portarla su un palcoscenico, dapprima mortificata e mortificante anche nel lasciarle pronunciare la semplice parola vagina fino a liberarla, sublimarla, al punto di riderne, di arricchirla di humor nero e spaccati controversi, di trasformarla in una performance in 119 paesi, in 45 lingue, del valore di 50 milioni di dollari raccolti e devoluti in altrettante idee e sforzi. Di tramutare cioè un messaggio inizialmente sussurrato in un grido lacerante lanciato a centinaia fra altre attrici, scrittrici, artiste, madri, figlie, perchè a loro volta ne siano vedette e bandiere.

Ciascuno dei monologhi rappresenta la trasposizione del racconto della personale vicenda correlata al proprio organo sessuale di alcune fra le numerose donne intervistate ed interpellate intorno al tema. Da parti diverse ed opposte del mondo, appartenenti a culture le più disparate fra loro. Una vicenda dunque che traslata e tradotta diventa sesso, stupro, amore, morte, nascita, mutilazione, masturbazione e altro. Mai una parte tanto trascurata del nostro corpo di donne ha saputo farsi fulcro di un insieme tanto articolato e complesso di condizioni ed emozioni.

Questo secondo me ha un valore enorme, incalcolabile. “I monologhi della vagina” è un libro che ti fa specchiare, cioè ti spinge letteralmente di fronte ad uno specchio a guardarti nuda, dalla cintola in giù. Che ti porta a ricordarti come sei fatta, fisicamente ed emotivamente, ben oltre uno scenario di abusi verbali che noi donne stesse spesso siamo le prime a perpetrarci, con un insieme di vocaboli che denotano tutta la nostra maturità sessuale, pur essendoci viste così da vicino forse un paio di volte nella vita.

Parlo di me, chiaro, senza giudizio ed anzi con un po’ di ammirazione per coloro che quell’operazione riescono a farla con facilità; semplicemente vorrei ritrovarmi nelle perplessità e sensazioni di molte altre, che hanno letto questo libro o lo faranno. Sceglierne infatti uno stralcio è difficile, con ciascuno mi sembra di fare un torto alle restanti narrazioni. Però il bello di una raccolta di racconti è anche qui: ogni parte che leggi sarà compiuta in se stessa, una storia da conoscere, per quanto sofferta.

Alla fine ho scelto questa. Nei suoi versi ho sentito che potrebbe starci l’umanità intera, fatta di primedonne, autentiche nel percepire un simile dolore come fosse proprio al cospetto di piccoli, ultimi uomini, capaci di crearlo.

170H

[…]

immagina di non aver un posto dove vivere

il tuo tetto era la stoffa

mentre vagavi per le strade

e questa tomba

diventava più piccola e puzzolente ogni giorno

cominciavi ad andare a sbattere contro le cose

immagina di soffocare mentre ancora respiri

immagina di borbottare e gridare

dentro una gabbia

e nessuno ti sente

immagina me dentro l’interno

del buio dentro di te

io sono intrappolata lì

io sono dispersa lì

dentro la stoffa

che è la tua testa

dentro il buio che dividiamo

immagina di potermi vedere

ero bella un tempo

grandi occhi scuri

mi riconosceresti.

(tratto da I monologhi della vagina – Eve Ensler)

 

 

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