Nel post giusto

Due mesi e mezzo fa circa scrivevo questo post qui ad alto tasso di ironia ed evidentemente scabrosità che si caratterizzava per il verificarsi di due fenomeni assai curiosi e differenti, direi antitetici tra loro. Talmente stridenti, forse ad un occhio più esperto quasi irrealizzabili insieme, da non lasciarmi indifferente. Da un lato il pezzo, di cui devo dire sono abbastanza orgogliosa, registrava il numero più alto di visite e/o letture mai riscontrate fino ad oggi all’interno del mio blog. Evviva.

Dall’altra, lui medesimo, non contava nemmeno UNA condivisione all’infuori della due mie, e perciò un “mi piace”, su alcun social, oltre a quelli della pagina del blog stesso, un commento, un riscontro in privato come spesso mi capita. Il nulla. Mannaggia.

Ora, è anche possibile che il beneamato wordpress avesse appena attivato uno dei suoi innumerevoli e dannati aggiornamenti, bloccando un certo processo, dacchè oggi siamo tutti ostaggi degli aggiornamenti. Io non sono quasi più padrona di usare lo smartphone che ad ogni strusciata di dito me ne partono undici in concomitanza, al che mi dico: non è sufficiente uno al giorno per ogni app (e già mi sembra un’assurdità)? Nemmeno alla serata finale di Sanremo si registrano così tanti cambi d’abito, o veste che in questo caso si presta meglio. Una veste nuova ogni tot ore.

E che mi tirino pure le orecchie gli esperti di SEO e tutto quanto concerne le tecniche per stare in un certo modo sul web e lì trionfare, illuminandomi su cosa non ho realmente capito e che devo rivedere rispetto al fenomeno; io però sento puzza di bruciato e credo che il suddetto derivi (anche) da altro.

Infatti e nel dubbio di aver preso una cantonata, attendo fiduciosa di scrivere almeno un’altra manciata di articoli successivi per inquadrare il fenomeno da più punti di vista ed osservare il post benedetto, lì bello bello nell’oceano del blogging, lui campione di visite e nello stesso tempo ignorato. Ed è allora che la situazione ritorna immediatamente nella norma: visite nella media, condivisioni e commenti, qualcuno privato e altri non, eccetera. Insomma riscontri e segni di vita da più parti. Come era prima: decina più, decina meno.

Allora arrivando al dunque, spererei di sbagliarmi ma per una strana casualità il post in questione affrontava, con inevitabile e appunto abbondante ironia, alcune questioncine spinose fin dalla notte dei tempi quali le relazioni umane, sessuali e non e, onta delle onte, si spingeva persino a fare un riferimento alla masturbazione, peraltro senza nominarla direttamente.

Dunque… Quei rari e impagabili momenti in cui mi addentro in un attento e prolungato studio delle bacheche dei vari social, facebook in cima, vengo sottoposta, in enunciazione rigorosamente casuale e non esaustiva, ad immagini e video di: neonati in ogni forma ed angolazione, ecografie, bambini morti, adulti morti, corpi fracassati, animali torturati, scorci di città in guerra, strade di città in guerra ricoperte di sangue, automezzi incidentati distrutti, selfie a raffica che non regalano una virgola all’immaginazione, ménage a trois, adulteri in anteprima, situazioni pseudo-pornografiche, devastazioni ambientali, abusi di vario genere. Ogni citazione è relativa a visioni puramente reali.

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A tutto ciò è, nella grande maggioranza dei casi, associata una rigorosa e ampia discussione a profusione innescata da chiunque si senta chiamato in causa per i motivi più differenti, fossero solamente passavo di qui per caso e devo assolutamente dire la mia. Certo ciò non avviene tutto quanto insieme e nello stesso excursus ma tant’è.

Da inguaribile e cocciuta idealista quale sono ho sempre pensato che i (dis)social potessero essere usati in forma assai diversa, e che in fondo ciò potrebbe accadere da un momento all’altro: mai mettere limite alla fiducia riposta nell’umano di compiere miracoli.

Va da sè che io stessa li uso, malamente come chiunque si intenda un minimo della sempre importantissima già citata SEO, ed efficacia dei profili sul web, potrebbe confermarmi. Per me appunto fungono da luogo di scambio, condivisione e sane provocazioni intorno ad informazioni e materiale che ritengo utile e prezioso, così come una sorta di ufficio stampa per i miei eventi, il mio libro e ciò che ne è collegato.

Molto più raramente come pubblicità per la mia attività lavorativa vera e propria. In questo caso ancora per il riserbo enorme ed esagerato, quasi una necessità di protezione, che provo per il tema in questione. Rispetto a cui amo molto di più, e credo sia anche più efficace, l’immortale passaparola. E torniamo al discorso di cui sopra.

Il detto post in un blog quanto mai essenziale e senza pretese come quellocheVale, rispetto alle potenze che esistono nell’etere, dunque basta da solo a rivelarmi tantissimo di un fenomeno a mio avviso diffuso e sedimentato, talmente palese ed enorme da non venire più notato, o da non interessare affatto. Il numero davvero alto di visite (rispetto ai miei canoni ripeto, non in assoluto) che ho ricevuto quel giorno sulla pagina mi confermano una grande curiosità e attenzione intorno ai temi. E ciò naturalmente mi fa piacere, essendo la finalità precipua del blog quella di venire letto.

Il silenzio assoluto in cui, sempre lui, è rimasto al tempo stesso avvolto, mi trasformano però immediatamente l’interesse in morbosità, l’osservazione in voyeurismo, la condivisione mancata in buonismo: come è possibile che oggi, nel glorioso terzo millennio dove qualunque oscenità, e non nei contenuti in sè che magari sono belli e sacri ma nella maniera in cui vengono svenduti e fatti a pezzi, è stata sdoganata, resa quotidiana e in molti casi anzi trasformata in un fattore di cui gingillarsi e vantarsi, sia più inaccettabile parlare, o accennare persino, da adulti e senza morbosità alcuna, per esempio di masturbazione che di qualunque altro tema più scabroso, nella forma, nell’umanità e nel gusto?

Allora ci meritiamo sul serio le battutacce relative alle deviazioni (e devianze in questo caso) di alcuni verso la via Salaria di Roma al ritorno dal Family Day; ci tocca veramente dover ricordare che siamo parte di una società che registra tassi impressionanti di tradimento, infedeltà, adulterio ma guai a fare un appunto sarcastico (spesso no ma talvolta anche da antropologa) sul significato ed efficacia oggigiorno del matrimonio, come sul quasi eroismo odierno del saper vivere relazioni durature e del tutto oneste, con sè e con l’altro.

Il web non è per permalosi e nemmeno per chi prenda alla lettera ogni virgola, ogni parola, ogni frase scritta, ogni immagine, ogni opinione: così proprio non se ne esce, è meglio fare altro e stare altrove. D’altronde quante serate potremmo citare almeno e sicuramente noi, non nativi digitali, di discussioni eterne, accaldate, accorate, arrabbiate, a confrontarsi e scannarsi sui temi più variegati e sempre di un certo peso, senza che qualcuno per questo rivedesse di un pelo la propria posizione su qualsivoglia argomento?

Io le ricordo come serate meravigliose, segno a modo loro di civiltà, di una certa civiltà in tutti i sensi del vocabolo, e quanto più le persone erano importanti e degne di rispetto, più le discussioni impegnative ed accese. Forse sbagliavo e sbaglio oggi: non sono nel post giusto, pazienza, credo di averci fatto il callo.

Per me, come ho già detto altrove, internet resta un valido strumento, strumento e basta, di espressione, condivisione, scoperta, mutuo aiuto. Anche di una certa dose di poesia ogni tanto, qua e là, faticosamente. Se si finisce a fare la gara a chi si è sentito più spesso offeso nella propria sensibilità ed estetica, o ancor peggio più spesso solo in mezzo a migliaia, letteralmente, di persone, beh è una bella gara davvero. E dal mio punto di vista credo in certe occasioni di averla vinta più di altri.

Ovviamente offendere (e poi nel caso, offendere chi?) non è mai stata e mai sarà la finalità del mio scrivere: piuttosto la provocazione è uno strumento che amo, che ritengo indispensabile per restare a galla oggi, distinguersi e farsi sentire nel mare magnum del web e oltre. Per quanto mi riguarda, la vera pornografia se così ha senso chiamarla (e poi nel caso, pornografia de che?) sta altrove: in un certo utilizzo cannibale di immagini, fatti e parole, nella maniera pretestuosa, violenta e priva di tatto e rispetto di raccontare la sofferenza e la crudeltà umane. Non certo nell’esigenza di fare riferimento alla sacra e ordinaria pratica dell’autoerotismo.

Lo ribadisco: mi piacerebbe anche sbagliarmi nella mia analisi e tanto di più comprendere ciò che mi sfugge del fenomeno nel suo insieme. Voi che ne dite? Oggi mi sento di chiedere esplicitamente la vostra opinione, un riscontro. Tutto sarà prezioso. Aggiornamenti e altre diavolerie permettendo.

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