In memoria di sè

La poesia è una cosa molto seria. Come il divertimento e il gioco. L’irriverenza è una cosa seria, l’ironia e essere capaci di sfacciati atti di ribellione in una quotidianeità a volte grigia e pesante come il piombo sono cose serie. Potrei elencare decine di altre cose serissime e contemporaneamente a rischio di estinzione ma mi limito alla poesia poichè questa a mio avviso è la più seria di tutte. E forse anche la più a rischio di estinzione. E non si tratta di una facile levata di scudi contro chi non la pensa così ma una risposta che mi do essendomi ultimamente più volte sentita chiamata in causa, anche non direttamente, sul ruolo della poesia e del poeta oggigiorno.

Non è nemmeno un caso che questa riflessione capiti in questa giornata, una data imprescindibile nella memoria storica di chiunque tra noi, cittadini mediamente o moderatamente acculturati, dotati anche solo di un briciolo di sensibilità e senso civico. E’ più urgente in giornate come queste ricordarsi di avere in dono la libertà di parola e di movimento, l’impagabile possibilità di dire e scrivere ciò che si vuole come di poter uscire di casa senza doversi preoccupare di essere rastrellati e portati in un ghetto, o altrove. Così come di non dover considerare tra le possibilità quelle di mettere i piedi su una mina antiuomo o di essere trafitti da un proiettile o una carica di tritolo mentre scegliamo la verdura al mercato.

Certo, è ovvio le nostre vite sono comunque costellate di altri pericoli più o meno tangibili e quasi altrettanto letali ma è un discorso diverso. E comunque la poesia arriva anche lì. O per lo meno ci prova. Il punto è proprio questo. La poesia esiste perchè non potrebbe non esistere, un po’ come a dire che l’essere umano è in grado di amare perchè non potrebbe non farlo, o ancora più direttamente, vive perchè non potrebbe fare altro. Non potrebbe non essere. Lo so, sono finita in un sentiero un tantino filosofico e teologico da cui sarei capace di uscire solo con la stessa idea con cui sono entrata e da cui si potrebbero trarre decine di punti di vista e posizioni.

Restando nella poesia, la conclusione a cui sono giunta dopo questi ultimi anni di travagliata storia d’amore con lei, fatta di fiumi di parole e fogli bianchi, di emozioni viscerali e bruschi allontanamenti, è che il poeta contemporaneo, per considerarsi tale, debba essere una figura quanto mai concreta e del tutto presente al suo tempo. Forse come non era accaduto prima d’ora. Descrivendo la figura del poeta ideale, un po’ come farei con quella dell’uomo ideale, e sono ancora casualmente finita nel campo amoroso, me lo immagino un personaggio “virile”, che non potrebbe nè vorrebbe fare a meno delle sue passioni, anche le più oscure e le più portatrici di dolore. Un individuo molto fisico, che ha con le sue parole lo stesso rapporto appassionato che con i suoi amori o amanti.

Soprattutto me lo immagino onesto fino al masochismo, coerente, congruente con la propria biografia super-versi. E dunque in perenne altalenante conflitto con l’ambiente sociale e collettivo che lo circonda. E ciò a prescindere dal proprio stile naturalmente. Un intellettuale vecchio stampo, un uomo di strada, che ha saputo sporcarsi le mani di inchiostro almeno quanto di terra. Una personalità generosa, capace di donarsi con sincerità intellettuale e umana. Una psicologia fine e creativa, così come una loquela assai chiara e diretta.

E’troppo? Beh, nella ricerca dell’uomo dei sogni nessuna di noi è disposta a mediare. Io me lo figuro così, un po’ speranzosa e un po’ disillusa, sempre cullata dai versi dei miei più importanti riferimenti umani ed artistici, custoditi in quello spazio da dove ritornano puntuali a ragguagliarmi sul senso dello scrivere. Esseri umani in carne ed ossa, sorta di amici virtuali che ogni tanto interrogo con forza, ogni tanto rinnego sentendomi stupida. E’ una forma d’amore, e di nuovo qui ricado: quando anche se ne sono andati rimangono quel loro sapore e sentore così particolari. E la traccia aspra delle loro vite. Uomini ed autori che se non hanno compiuto del tutto con la mia idea di poeta, sicuramente si sono avvicinati di molto.

Tra questi oggi mi accorre in aiuto Umberto Saba, con una poesia in particolare, molto adeguata anche per la giornata della memoria e che riporterò al fondo. Il componimento descrive bene la poetica dell’autore, interessato più di tutto alla chiarezza, nel senso di coerenza ed onestà tra vivere e scrivere, anche a discapito dello stile. La scelta di non cedere all’ipocrisia nè i condizionamenti culturali dell’epoca pur di rappresentare l’animo più profondo dell’individuo, anche nei suoi aspetti oscuri e sgraditi. Se la poesia esiste come atto inevitabile allora che sia autentica, una professione di fede e non un’acrobazia stilistica per sorprendere o ingannare il lettore. Che sia una forma d’arte capace di arrivare ovunque, di contenere tutto, a partire dalle inezie del quotidiano per finire nel sottobosco dell’inconscio.

A braccetto con questo lavoro va la consapevolezza che sia l’esperienza del dolore più di tutto a donarci una simile profondità di visione. Come non essere d’accordo con lui. Saba in quanto ebreo visse sulla propria pelle la persecuzione razziale e modellò i proprio versi come strumento di riparo dalla quotidiana sofferenza come a quella, indicibile, dell’essere odiati per la propria appartenenza religiosa o etnica.

Nel sonetto libero, inserito nel Canzoniere del 1921, al mondo fatto di dolore e brutture, si contrappone infatti l’elemento poesia, un rifugio caldo e accogliente. Se il vivere si configura come un inferno, la poesia è la porta che offre una nuova via. La bontà dal canto suo, non è venuta meno: occorre rinominarla, per mezzo dei versi, e dunque ridarle nuova vita. E sono sempre più d’accordo. Più di tutto però quel torna, issato solitario quasi al centro, per me è la chiave: del senso di riscatto, di rinascita, di una creatività mai sopita. Può persino essere letto come un imperativo. Un monito a rinascere, a riscrivere la propria vita, con quanto ancora non ci è stato tolto. Con quanto ricordiamo di noi stessi. Oggi, lo sappiamo, la memoria è operazione sacrosanta. E prima di tutto dovrà essere memoria di sè.

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POESIA

È come a un uomo battuto dal vento,
accecato di neve – intorno pinge
un inferno polare la città –
l’aprirsi, lungo il muro, di una porta.

Entra. Ritrova la bontà non morta,
la dolcezza d’un caldo angolo. Un nome
posa dimenticato, un bacio sopra
ilari volti, che solo vedeva
oscuri in sogni minacciosi.

Torna
alla strada, anche la strada è un’altra.
Il tempo al bello si è rimesso; i ghiacci
spezzano mani operose, il celeste
rispunta in cielo e nel suo cuore. E pensa
che un estremo di mali un bene annunci.

 (Umberto Saba – Canzoniere)

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