Breve racconto d’autunno

Insomma in tutto questo via vai giornaliero di rincorse all’appuntamento, di organizzazione, di falsi equilibrismi e di brevi insignificanti depressioni ogni volta che non mi quadrano i conti o che realizzo che il tempo mi sfugge dalle mani un tantino più del solito, o che la parola mi muore in gola di fronte ad una persona o una situazione particolare, o….

Insomma che in questo costante bailamme l’operazione che sto facendo di meno è scrivere, per lo meno con costanza, con una produttività ricercata e compiuta. Necessito di una spinta e qualche amichevole tirata d’orecchi, che tutto il mio carrozzone della libera professione l’ho issato più che altro per dare libero e terapeutico sfogo alla scrittura. Che io per la depressione, quella lì, quella insignificante e poi l’altra, quella un po’ più potente e piena invece di tanti significati, non conosco altro antidoto ugualmente efficace. E nemmeno ci tengo a conoscerlo.

Dunque del tutto in linea con questa mia temporanea situazione, la settimana scorsa capita che incontro un amico che, probabilmente colpito o attratto da questa specie di furore scrittorio nei miei occhi, mi confessa di avere in affitto una casetta immersa nella Valle Soana, ad un’ora di macchina da Torino, al limitare del Parco del Gran Paradiso dove si sarebbe ritirato per un po’ di sano, consueto relax e che sarebbe stato ben contento di prestarmela qualora fosse necessitato per un mio rifugio a caccia di concentrazione e scrittura compulsiva.

Per un attimo mi sono anche fatta il film che questo amico, essendo il gestore di un locale in cui qualche tempo fa mi sono esibita per una mia serata di poesia, mi abbia fatto la proposta perchè più preoccupato che altro dalla possibilità di una mia interruzione della produzione artistica, avendone sondato personalmente la bellezza. Ovviamente questa è la parte più romanzata del racconto e sicuramente non è vera, non corro il rischio di chiedergli conferma e va bene lo stesso.

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Ecco allora che si parte insieme per un esperimento conoscitivo della casa e del luogo, due semplici giorni ed una notte, che non sia mai allontanarsi di tanto dalle responsabilità e dal piacevole trillo del telefono. Ed infatti approdati nelle valle scopro che il mio operatore non prende, ed è una prima confortante scoperta. Il resto sono una meraviglia di colori che sembra tirata via dalla tavolozza di un pittore, una tipica dimora di montagna in pietra letteralmente persa dentro il bosco, tra sentieri battuti ed altri selvaggi, tre simpatici asini ad allietarci cuore e vista praticamente sull’uscio di casa, una natura incontaminata ovunque che ci sovrasta, semplice e sfolgorante nello stesso tempo.

Passiamo il tempo a chiacchierare, camminare e fare foto, esplorare la zona, leggere, cucinare, mangiare e bere prodotti e cibi sanissimi, con elementi di autoctono nel piatto, come il cavolo nero che amo smodatamente e non riesco mai a trovare, altri ortaggi dell’orto più funghi, castagne, formaggi e non solo, tutti dono della creatività del posto. La sera ci avventuriamo persino sul divano a vedere un film lunghissimo e che lì su due piedi mi pare assai adeguato per il contesto, Cloud Atlas: mi coglierà in realtà di sorpresa rivelandosi l’operazione più impegnativa delle due giornate e che sicuramente rivedrò, per la complessità di storie e simbologie che snocciola.

In tutto ciò non scrivo, se non una manciata di versi di una nuova poesia allo scadere del secondo giorno ma mi sento come giustificata e pacificata, certamente più di quando sono partita, appena poco più di ventiquattro ore prima: tornerò in questo luogo un po’ magico, come farò per altri. Io credo che questo, il senso ed il gusto del tornare, sia una conseguenza della necessità di ritrovare una parte di sè lasciata sul posto, riconsegnandole la sua identità piena e compiuta. Forse fatta anche di una componente più lieve, più autenticamente libera, o più forte perchè non ha bisogno di farsi forte per sopravvivere al quotidiano.

Anche la tanta meraviglia, la tanta pienezza di colori, aromi, sentori immagazzinati in un seppur breve periodo, richiedono poi in successione una forma di distacco da essi, di sano allontanamento per poterne usufruire appieno e anche dopo, quando ce ne sarà di nuovo vero bisogno. Luoghi come la Valle Soana, a me sconosciuta fino a poco prima, mi ricordano quanto sia difficile abituarsi al bello, per poca abitudine, poca volontà, per incredulità di meritarlo.

Dunque nessun componimento in senso letterale oggi ma qualche fotografia, scelta qua e là tra le tante che ho scattate: solo stringendo un po’ lo sguardo ci si accorge che di poesia ce n’è in abbondanza, di quella vera, sapiente, che non tradisce mai, presente nel momento e dopo, nell’ispirazione del ricordo, fatta di natura e di piccole, talvolta piccolissime cose, meraviglie quotidiane del cui godimento sto diventando un’autentica esperta.

Le condivido con voi sperando vi piacciano.

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